Oltre i Perimetri, Italia

Cosa succede quando nei territori cambiano i ‘nuovi poveri’?

Cosa succede quando i servizi sociali così come funzionano e sono stati programmati, non sono più in grado di intercettare la domanda di quello che definiamo il ‘ceto medio impoverito’?

Cosa succede quando è una vasta area (oltre 170.000 abitanti distribuiti in comuni disomogenei, dai 50.000 abitanti in giù) ad impoverirsi ancora di più dopo un grande evento come l’Expo che fa macerie dove già altri fenomeni – dalla de-industrializzazione ai cambiamenti di consumi ma non di costumi, alla riallocazione di cittadini esclusi da una Milano troppo cara – avevano creato disuguaglianze e povertà?

Come si fa a fare welfare ‘generativo’, assistenza ed inclusione che a sua volta genera un’altra ricaduta positiva e non è fine a sé stesso, cioè alla sola persona aiutata?

Che significa, in concreto, sottrarre le persone alla solitudine (soprattutto quando non se ne rendono conto) e creare una nuova cultura di relazione e di vicinato?

‘Oltre i Perimetri’ è un progetto ambizioso gestito da una rete di comuni del Rhodense con una società (Sercop). E fa tutto questo.

Rappresenta davvero la nuova frontiera della sociologia che prima di tutto riscrive il target dei nuovi cittadini da aiutare e poi crea nuove ‘agenzie’ per questi bisogni assistenziali: housing temporaneo, educazione al debito sostenibile, banche del tempo, coworking e molto altro. Per una fascia di popolazione situata fuori gli attuali ‘perimetri’ dei servizi sociali.

Slow Words incontra Guido Ciceri, direttore generale di Sercop e colui che ‘Oltre i Perimetri’ l’ha pensato e fatto nascere, soltanto un anno fa.

Sercop è composta da nove comuni del Rodhense (Arese, Cornaredo, Lainate, Pero, Pogliano, Pregnana Milanese, Rho, Settimo Milanese, Vanzago) più il comune di Nerviano.

 

 

La tua storia in poche righe. Fino a quando si incrocia con Sercop, azienda speciale di un pool di comuni alle porte di Milano

Nasco a Milano – figlio unico di una famiglia tradizionale degli anni ’60 e ’70 del boom economico milanese. Studio (e mi laureo in) economia e commercio e intanto comincio a lavorare nel terzo settore, nascente all’epoca (anzi, non sapevamo ancora si chiamasse così). Mi sono laureato, infatti, mentre lavoravo in quelle che oggi chiamiamo cooperative sociali: dal 1986 al 1991, a Sesto San Giovanni, negli ambiti della Legge Basaglia e della de-istituzionalizzazione potente di quegli anni. Quegli anni – vissuti studiando e lavorando insieme – sono la parte sicuramente più formativa della mia vita. Lavoravo anche in università – peraltro in tutt’altro settore, la defence economics (economia della difesa)- mi occupavo di armi e disarmo, a livello nazionale.

Poi sono entrato nel mondo degli enti pubblici, lavorando per un po’ di anni con un comune di zona (Settimo Milanese) e dal mondo degli enti pubblici, con l’avvento dei Piani di Zona (uno degli strumenti più importanti di programmazione dei servizi sociali), insieme ad alcuni assessori è nata quella che possiamo definire la programmazione associata e poi la gestione associata. E quindi è nata Sercop, che seguo sin dalla sua concezione fino a quello che è, in concreto, oggi. Da azienda pubblica (in forte espansione), si occupa d’innovazione sociale. E il giorno che smetteremo di fare innovazione, pur essendo straordinari gestori di servizi maturi, non ha senso che continuiamo ad esistere.

Siamo gestori dei piani di zona. Tenere insieme la gestione e la programmazione ci permette di avere uno sguardo ampio. E ci permette anche di creare progetti come ‘Oltre i Perimetri’.

Sul piano più personale – oltre ad avere una famiglia con quattro bambini e ragazzi ed una compagna – sono un alpinista, un avido viaggiatore, ed un cooperatore internazionale. Forse ho detto anche troppo….

 

‘Oltre i Perimetri’: chi sono i tuoi compagni di strada e chi sono le persone che state aiutando? In poche parole, un breve identikit del volontario ‘tipo’ e dell’utente ‘tipo’

Devo fare una premessa a questo punto. ‘Oltre i Perimetri’ è sostenuto da una serie di attori importanti, oltre al terzo settore banche e fondazioni di contrasto dell’usura, scuole, associazioni (molti di più di quanti non ne appaiano sul blog: il fiume continua a gonfiarsi). Ovviamente questi partner si spendono molto nel progetto. Il tessuto, già forte, del terzo settore in questo territorio ha permesso al progetto di svilupparsi, insieme ad una buona relazione pubblico/privato. Questo per dirti che in giro ci sono tante buone idee ma è il tessuto territoriale (e nel nostro caso quello che qui si è costruito da vent’anni) a fare la differenza.

Intanto io non vedo nessuno. Il mio ruolo è un po’ strano. Sono il progettista di ‘Oltre i Perimetri’, oltre ad essere il direttore generale di Sercop. Posso dirti che le persone che ‘attraversano’ il servizio che offriamo, non amano sentirsi definire ‘vulnerabili’.

Il cosiddetto ‘ceto medio impoverito’ è una categoria politico-strategica. Io, oggi, nella mia condizione, che mi sento assolutamente vulnerabile come pezzo di sé in questa società, non vorrei certo sentirmi chiamato ‘debole’ o ‘a rischio’. E, come me, non lo vuole nessuno. Questa categoria politica però indubbiamente esiste. Vive dei problemi ma non si riconosce in essi, a differenza dei tanti cittadini che si rivolgono ai servizi sociali dei comuni e si riconoscono come portatori di un problema o di un bisogno. Ad esempio, quello della necessità di portare il bambino al nido.

Agganciare questo tipo di ‘cittadino’ tipo (preferisco questa parola a quella di ‘utente’ perché tutti possiamo attraversare, prima o poi, questa condizione), che risale al 50/60% della popolazione ormai, è difficile. Si tratta di cittadini afflitti da deprivazione non tanto e non solo economica ma relazionale. E soprattutto vivono un grosso iato tra aspettative di successo (pompate anche dai media) ed effettiva condizione sociale.

Tutti abbiamo avuto qualche fallimento, ad esempio una separazione o la perdita del lavoro ed altre fatiche quotidiane. La maggior parte delle persone che si rivolge a noi è ai margini del mercato del lavoro, e sebbene non siamo noi a dovercene occupare, fanno parte dei cittadini che ci contattano. Fino a ieri, queste persone – di media 45/50 anni – erano inserite in questo mercato. Poi ci sono tanti cittadini che si trovano soli davanti ad eventi ‘scemi’ della vita. Dall’andare a prendere i figli a scuola essendo un padre single o vedovo con tre figli. I problemi sono spesso dettati non solo dalla condizione economica, ma dalla condizione di relativo isolamento.

 

 

Persone che hanno famiglie lontane con zii e nonni lontani?

 

La frammentazione è uno dei fenomeni più importanti. La famiglia con i figli corti è un dato sociologico andato completamente perso. La famiglia normale nei nostri territori ormai è quella con i figli lunghi. Genitori con una certa età, come sono io in realtà, che si trova contemporaneamente a dover curare genitori anziani, la cosiddetta generazione sandwich. Non sono i genitori che curano i figli, ci troviamo di fronte a 40/50nni che hanno perso il lavoro, hanno figli piccoli e genitori da curare. Bel casino!

 

 

Perimetri e welfare generativo: quello che fate, almeno in Italia, è davvero da pionieri. Che politiche di fundraising attivate per permettervi questa attività?

 

Annullare un perimetro o una definizione (e quindi modificare il relativo servizio erogato) in un servizio di assistenza sociale significa riorganizzarla per i cittadini di cui parlavo prima. Quest’intuizione l’avevamo avuta nel 2012/2013 quando non l’avevamo ancora praticata per mancanza di risorse. Siamo riusciti a partire grazie alla Fondazione Cariplo ma non lo definirei un fundraising. E’ stata la molla, il volano.

Un’attività del genere, secondo me, deve essere progressivamente assunta dalla responsabilità civica pur se non deve essere abbandonato dalle risorse pubbliche. Un pensiero pubblico e risorse pubbliche (con il terzo settore) deve generare attivazioni che poi dovrebbero essere trasportare e rilanciate dalla società stessa.

Dopo quindi l’avvio, per ‘Oltre i Perimetri’ è molto più facile fare people raising che raccogliere risorse economiche. Abbiamo riscontrato positivamente una mobilitazione importante da una fascia di popolazione che non ci saremmo aspettati. Ad esempio i tanti professionisti che si sono messi a disposizione pro-bono: commercialisti e avvocati che hanno lavorato a sistemi per la ristrutturazione del debito privato, ad esempio, pur non essendo tradizionalmente vicini al settore cooperativo. In questo caso, un’azione di contrasto all’indebitamento compulsivo, non colpevole. Qui potersi avvalere di professionisti ci ha permesso di dare dei frutti all’azione che non ci eravamo oggettivamente immaginati.

Poi sviluppiamo anche rapporti con aziende del territorio che piano piano si sensibilizzano. Abbiamo una serie di testimonial importanti.

Il nostro fundraising è un lavoro di lenta contaminazione del territorio. In qualche misura utilizzo anche una serie di altri testimonial, molto calati nella società, come i tassisti o i parrucchieri, che in seconda battuta, possono comunicare il progetto per l’adesione solidale e diffusa tra i cittadini. Anche con donazioni di 10, 15 euro. Spiegando a chi dona che questa condizione non attraversa gli strati marginali della popolazione ma può in realtà potenzialmente attraversare chiunque. Il modello è passare dalla Fondazione che eroga due milioni per volta, a 100.000/150.000 cittadini che erogano una piccola somma. E’ chiaro che questo passaggio necessita una fase di posizionamento forte dell’idea. E al momento noi siamo in quella fase.

A noi occorre lo sviluppo delle coscienze per costruire una strategia di medio e lungo periodo. Certo, da direttore di un’azienda posso chiedere ad altre aziende di erogare fondi sulla base della credibilità reciproca, ma è un’ottica di corto periodo. A me interessa costruire un senso di responsabilità sociale in un territorio. Per la cura dei propri vicini.

 

 

Gli #opcafè: dal coworking alla gestione consapevole del tempo e delle finanze, fino ad una sorta di ‘banca del tempo’ cioè restituire agli altri in termini di aiuto e collaborazione. Quanti ce ne sono attivi e quanti se ne aprono nei prossimi mesi? Chi sono gli utenti? Che orari osservano le strutture?

 

Quattro #opcafè sono aperti, di cui tre di una dimensione consistente (dove i cittadini trovano tutte le nostre offerte) e uno più piccolino. Sono dei nodi di passaggio sul territorio che non sono minimamente identificati con l’idea di servizio sociale, ma luoghi dove si parla. Non sono come i bar sociali, gestiti dal terzo settore – esperienza che non mi piace e non mi va di ricordare. Raramente felici.

Negli opcafè (o come oltre e p come perimetri) non si erogano i servizi ma una serie di informazioni che poi potrebbero svilupparsi in accompagnamenti (non prese in carico: noi siamo oltre il perimetro dei servizi sociali). Gli op vogliono restare il più possibile informali e non trasformarsi a loro volta in un altro ‘perimetro’. Mi piace fare l’esempio del negozio del parrucchiere, dove le persone si scambiano le informazioni più rilevanti rispetto ai problemi che hanno (e che spesso rappresentano bisogni pesanti!). Non certo se le scambiano in banca…o ai servizi sociali. Anche se, va detto, che oggi i centri commerciali hanno distrutto anche questa forma di socialità.

Il negozio di quartiere raccoglie le informazioni ma non ha le sensibilità per elaborarle. Dei luoghi che invece avrebbero la sensibilità per farlo, come i servizi sociali, sono talmente stigmatizzanti che nessuno ci va più.

Gli opcafè si situano lì in mezzo, sono un luogo di bassa soglia, uno peraltro è ubicato in un bel bar di un comune che abbiamo recuperato, connotato con un forte elemento di convivialità.

Tutti sono in posizione strategica: uno ad esempio all’interno di una sala cinematografica (dove passa un sacco di gente). E fondamentale è stato costruire il pensiero degli operatori. Non suggeriscono, non danno servizi, ma cercano di elaborare e capire per poi consigliare – la loro professionalità è tutto.

Giornalmente capita, ad esempio, che qualcuno entri per un caffè e poi per chiedere un aiuto per accompagnare i figli a scuola. Poi, parlando, si scopre dell’altro (il problema di un debito schiacciante, la solitudine ed altri disagi) e occorre quindi individuare correttamente i bisogni per attivare un sistema d’aiuti. Quindi l’aggancio ed il back, che oggi i servizi sociali non sono in grado di dare perché loro lavorano con un sistema prestazionale, con la metafora sanitaria: ‘problema/cura’. Non esiste un mix e una flessibilità di assistenza domiciliare, contributi ed altro. Spesso si mette una pezza ma non si risolvono i problemi. Ad esempio: più che accompagnare i figli a scuola (erogare una prestazione) occorre sviluppare una relazione e una responsabilità sociale che permetta al vicino che ha tempo di farlo di prestare aiuto. Questo è il senso di opcafé.

Noi agganciamo i vulnerabili soprattutto attraverso i laboratori del tempo libero. Chi li frequenta sono persone che hanno del tempo e delle solitudini da riempire, oltre che passioni da soddisfare. La finalizzazione è mettere insieme le persone in un luogo e utilizzarlo per capire quali siano le dinamiche che tengono insieme, per poi ricostruirle e riprodurle dove c’è ne è via via il bisogno.

Uno dei laboratori che hanno avuto più successo in questo senso è stato quello della costruzione delle palle di Natale.

Ridendo, dicevo, che andrebbe ospitato un parrucchiere all’interno di un opcafè perché se il modello è questo, bisogna spingerlo fino in fondo. Da noi, oltre alla chiacchiera e al suggerimento tipico di un amico, trovi la professionalità giusta per accompagnare la persona verso la soluzione del suo problema.

 

 

Non solo #opcafè, ma ‘agenzie dell’abitare’ e altri servizi – dalla formazione alle ‘smart house’…

La smart house nasce da un progetto assai ambizioso che stiamo costruendo e verificando di giorno in giorno.

Con un legame territoriale di cui ti parlavo prima, non abbiamo fatto altro che rispondere a un bisogno che il nostro territorio ha. Ad esempio per il dopo Expo che ha lasciato un eccesso di offerta di alloggi che non trovano collocazione. Dall’altro lato, ancora prima di Expo, vi era un eccesso di alloggi sfitti e neanche messi sul mercato (per paura evidente dei proprietari di non riscuotere l’affitto dagli inquilini). Veniamo ora alla domanda di alloggi: di questi una parte è in grado di stare sul mercato, un’altra potrebbe ma a prezzi diversi e un’altra è totalmente fuori dal mercato. L’edilizia residenziale pubblica (Erp) peraltro non è in grado di assorbire tutte queste persone.

Noi volevamo costruire un quasi-mercato, garantendo i proprietari da cui affittavamo le case (e barattando la sicurezza del pagamento dell’affitto con l’abbassamento dei canoni). E rimettendo sul mercato gli alloggi (non usiamo mai la parola ‘riaffittare’) come servizio: per chi ha un bisogno abitativo temporaneo, tutti quei vulnerabili (non solo residenti) che oggi il mercato in nessuna maniera soddisfa.

Perché Smart house non è la casa come bene ma come servizio? Io pago un canone di 200, 300, 400 e me la compro come se fosse una camera d’albergo, consumi e spese incluse. Per chi è? Per padri separati, per giovani che devono uscire di casa, per insegnanti o altri lavoratori come quelli dell’edilizia costretti a lavorare molto lontano da casa per periodi limitati di tempo e che non possono permettersi un alloggio caro. Abbiamo circa 60 posti letto e vediamo che la sensibilità cresce (tanto che siamo già in eccesso di domanda). Non rispondiamo a chi non riesce ad accedere agli alloggi Erp, ma a una massa di persone che ne hanno bisogno in relazione a circostanze temporanee. Ad esempio, quella di una separazione che genera due rispettive povertà perché l’economia di scala di coppia si perde. E la separazione è molto più rapida di uno sfratto. Devi trovar casa in 15 giorni!
Smart house ha un impatto sociale ed economico non solo per chi prende una casa come servizio, ma anche per chi la mette in questo modo sul mercato. E’ un obiettivo molto pratico ed immediato che smobilizza risorse. Non servono altre case Erp o altra edilizia convenzionata, ma serve trovare sistemi per cui le case che esistono vengano usate.

 

 

Ci descrivi la tua giornata tipo a ‘Oltre i Perimetri’? E la tua scrivania in questo momento?

Con ‘Oltre i perimetri’ ho ideato e generato il progetto insieme a Gino Mazzoli, un esperto di welfare di Reggio Emilia (psico-sociologo). Quindi oggi non ci lavoro, ma vi racconto della mia scrivania di direttore di Sercop, vi mostro subito (una carrellata di cartelle di lavoro e volumi che occupano un grande tavolo da riunione). La mia scrivania in questo momento è molto poco appassionante, ha come vedi un codice degli appalti (quello nuovo, di Cantone: sono molti ad essere critici). Credo sia uno sviluppo importante per il paese, ma avrebbe dovuto essere messo in atto un po’ più progressivamente. Ci sono cose innovative (o almeno nuove per l’Italia) che io condivido ma non è pensabile introdurlo in un giorno e poi sanzionarli tutti. Ma mi fermo qui, sono ansie da direttore d’azienda, non da progettista sociale!

Voglio tornare un attimo a ‘Oltre i Perimetri’ perché sulla scrivania ho anche la valutazione del primo anno di attività. La bellezza di questo progetto è che mette insieme dei comuni di un’area geografica specifica. Indipendentemente dalle loro posizioni ideologiche e dalle loro maggioranze politiche. Perché è stato subito pensato come ipotesi trasformativa dei servizi sociali. Non è un altro blob che si contrappone al blob dei servizi. Ci auguriamo che ci sia una permeabilità tra noi.

Ad esempio noi offriamo una competenza economica finanziaria ai servizi, dove i cittadini sempre più spesso vanno per problemi che richiedono competenze specifiche. Faccio un esempio concreto. Al secondo giorno di attività del nostro ‘Sportello Debito’ si rivolge un cittadino che ha perso la casa per un pignoramento di una banca dopo aver pagato onorevolmente sette anni di mutuo e dopo che a fronte di una situazione di difficoltà economica aveva scelto di non pagare più quel mutuo e di pagare invece le rate dell’auto e del divano. Queste situazioni sono all’ordine del giorno quindi dobbiamo erogare, con competenza, educazione finanziaria. E va diffusa ad ampio raggio.

Scelte di consumo sbagliate perché non coerenti con i propri guadagni e solitudine sono due cose che conducono alla vulnerabilità, a situazioni inimmaginabili: per questo abbiamo costituito un fondo importante per ristrutturare il debito delle famiglie tramite lo ‘Sportello Famiglie Indebitate’ che non si percepiscono tali fino a che non sono nella più assoluta disperazione. Al di là di quello che succederà al welfare di comunità, uno sportello come questo rimarrà sul territorio. E non c’entra niente con il servizio sociale. In Francia questo servizio lo fanno le banche. Il Crédit Agricole ha ad esempio uno sportello di vulnerabilità per i clienti ‘non bancabili’. Una fascia enorme con cui noi cerchiamo di lavorare.

 

 

I punti di forza ci sembrano molto chiari. Quali invece i punti di debolezza di ‘Oltre i Perimetri’ dopo il primo anno?

E’ chiaro che il nostro nodo critico è che il nostro target, i vulnerabili, non si riconoscono in questo servizio pubblico.

Non dicono ‘oh che bello, avete fatto qualcosa apposta per noi! Ora vengo lì!’. E’ molto difficile quindi per gli operatori intercettarli, ad esempio accogliere e spiegare a chi si è indebitato cosa fare. L’aggancio con le persone vulnerabili – e abbiamo visto girare qualche migliaio di persone – è molto difficile.

Se non ci fosse nessuna difficoltà, direi che non si tratterebbe di un progetto innovativo.

 

 

I comuni che partecipano ad ‘Oltre i Perimetri’ si sono intesi sull’oggetto sociale anche avendo maggioranze diverse?

Il Rhodense non è stato mai un ambito molto omogeneo. Anche fuori dalle attività di ‘Oltre i Perimetri’, anche nell’attività ordinaria dei servizi – e anche su temi politicamente più difficili come l’accoglienza dei profughi – i comuni hanno sempre mostrato una coesione notevole e una grande capacità di spostarsi dal dato ideologico/politico alla necessità amministrativa e sociale. Anche l’esistenza dell’azienda Sercop di per sé (essendo poco politicizzata) aiuta a stemperare le punte ideologiche. Di fatto quasi tutto (oltre il 70%) il servizio sociale dei dieci comuni è gestito da Sercop. Le altre aziende gemelle gestiscono il restante 25%. La nostra dimensione societaria (ed il nostro bilancio) è più grande di quasi tutti i nostri comuni consorziati tranne Rhò, Lainate e forse Arese.

 

 

Cosa fa la società per ‘Oltre i perimetri’ l’ho un po’ immaginato: è tutto. Sta stimolando, a parte il people raising, un nuovo collante. Una nuova coscienza civica. Dopo un anno di attività, c’è qualcosa che nasce in automatico o dovete ancora disseminare?

Dobbiamo ancora disseminare. Le generazioni che già produciamo sono quelle dell’attivazione di persone a tutto tondo, la cosa difficile è mantenere e manutenere la responsabilità nei confronti dei vulnerabili. Sapevamo già che sarebbe stata dura. Potremmo chiamarlo, da economisti, il tasso di ‘generatività’ del progetto. Quello automatico deve ancora crescere. Per impostare un lavoro di questo tipo, l’orizzonte vero per misurare l’operatività (anche se ovviamente la misuriamo già adesso) è almeno cinque anni. Perché lavoriamo sulle culture e non sui comportamenti.

 

Un talento che hai, uno che ti manca

Che domanda difficile. Forse ho un po’ di diplomazia ed il fatto di essere un po’ quaraquaqua mentre quello che mi manca…boh mi mancano tutti! Ad esempio, la pazienza, la calma. Tendo a incazzarmi facilmente…

 

Dove ti vedi tra 10 anni

Su un’isola greca con tante rocce, vicino alla Turchia, che si chiama Kalymnos. Invece sarò presumibilmente qui, in un’altra azienda simile a questa a lavorare. Con il nostro orizzonte di lavoro infinito.

 

Cosa hai imparato sin qui dalla tua e vostra esperienza a ‘Oltre i Perimetri’, a livello umano (ad esempio se hai imparato che la vita è inaspettata, che a volte i sogni possono essere realizzati, che c’è molto lavoro da fare)

Questa è una domanda ancora più difficile. Ad esempio che c’è molto lavoro da fare, che è difficile pensare di trarre dei risultati veloci dal lavoro di questo tipo, occorre pazienza. Ho imparato a cercare di guardare ancora più in lungo. Sono un efficientista anche se lavoro nei servizi sociali da trent’anni: se le cose non sono efficienti bisogna buttarle. Qui ho imparato che la costruzione di percorsi relazionali anche un po’ lenti conduce a costruzioni più stabili. La mia ansia dell’efficienza può essere un po’ sedata. Se si chiede di costruire cambiamenti culturali e non un servizio sociale standard, ci vuole molta pazienza. E molto rispetto per le persone. Sia quelle che ci lavorano sia quelle che ne traggono benefici. Ne ho gestiti altri di progetti complessi, ma la forza innovativa di questo è mettere insieme risorse e relazioni in movimento. Queste ultime sono molto difficili da tenere insieme.

 

Quest’intervista, a cura di Diana Marrone, è stata commissionata dalla Fondazione Easy Care per l’Osservatorio dei ‘Social Cohesion Days’, sul cui blog Slow Words cura, in lingua italiana, una rubrica mensile fino a gennaio 2017 (quest’intervista è apparsa ad inizio estate 2016).

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