{"id":14415,"date":"2019-10-17T14:47:27","date_gmt":"2019-10-17T14:47:27","guid":{"rendered":"http:\/\/www.slow-words.com\/it\/?p=14415"},"modified":"2019-11-26T14:46:19","modified_gmt":"2019-11-26T14:46:19","slug":"svegliami-a-mezzanotte-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.slow-words.com\/it\/svegliami-a-mezzanotte-2\/","title":{"rendered":"Svegliami a mezzanotte"},"content":{"rendered":"\n<p>A detta del mio medico, pi\u00f9 mi dirigevo verso la guarigione e pi\u00f9 manifestavo la mia insofferenza senza filtri. Secondo lui, erano stati proprio il tentativo di adeguarmi agli altri e la scarsa consapevolezza dei miei stati d\u2019animo a farmi ammalare. Una volta appreso il trucco, una volta che avessi imparato a dire di no, non sarei pi\u00f9 riuscita a smettere.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Sin dall\u2019insorgenza dei primi sintomi, ho attribuito una certa responsabilit\u00e0 alla nuova famiglia di cui ero entrata a far parte. Sia durante l\u2019adolescenza che negli anni dell\u2019universit\u00e0 avevo infatti attraversato molti momenti difficili, ricordavo chiaramente di periodi in cui non avevo voglia di alzarmi n\u00e9 di studiare, eppure ero sempre riuscita a rimettere insieme i pezzi. Credo che il non subire ingerenze e pressioni mi permettesse ogni volta di ritrovare l\u2019equilibrio necessario per andare avanti. C\u2019erano senz\u2019altro delle cause organiche, gli ormoni e gli scompensi chimici, ma non riuscivo a togliermi dalla testa che se non mi fossi sposata, se non avessi avuto figli, avrei continuato a barcamenarmi fra alti e bassi per tutta la vita, senza mai crollare del tutto. Se sul lavoro avessi ascoltato pi\u00f9 la mia stanchezza della mia ambizione, e molti altri se. Ero senz\u2019altro portatrice di un cocktail genetico che, con ogni probabilit\u00e0, non ha aiuta- to. Ma non hanno aiutato neppure gli eventi. Mi domando quando la smetter\u00f2 di tormentarmi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Nel salone dei miei suoceri c\u2019erano due vasi di S\u00e8vres, identici, posti ai lati di un mobile stile impero. Quando sedevamo sul divano per prendere il caff\u00e8 dopo uno dei soliti, interminabili pranzi, non riuscivo a fare a meno di ammirarli. Non erano tanto il colore pastello, i profili dorati lungo le linee sinuose del corpo principale e del coperchio a piacermi, o la manifattura nota per essere una delle pi\u00f9 pregiate a livello europeo, quanto la prospettiva che, un domani, sarebbero potuti diventare due urne in grado di contenere le rispettive ceneri dei miei suoceri. Mi sentivo braccata. I loro continui inviti, la domenica e i compleanni e gli onomastici e il giorno di Pasqua e di Natale, mi esasperavano. C\u2019era sempre qualcosa da festeggiare. E io non capivo cosa. Arrivai a contare che, essendo la famiglia d\u2019origine com- posta da cinque membri, gi\u00e0 solo i cinque compleanni pi\u00f9 i cinque onomastici erano dieci occasioni di festeggiamento, e se a questi si aggiungevano le feste comandate e qual- che altra ricorrenza c\u2019era almeno un pranzo per ogni mese dell\u2019anno. Davvero troppo per me. Quando cominciavo a non stare bene, mi sentivo terribilmente in colpa per questi pensieri, mi sentivo cattiva e ingrata. Adesso, invece, semplicemente accetto di averli.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Come ho gi\u00e0 scritto, molte responsabilit\u00e0 sono state attribuite a mia madre, al suo essere troppo accomodante nei miei confronti. La madre-zerbino mi aveva viziata, assecondandomi in tutto, e la libert\u00e0 e l\u2019assenza di regole di cui avevo beneficiato a un certo punto mi si erano ritorte contro. Oppure quella povera disgraziata, che come tutti ha commesso e commette errori, sin dall\u2019inizio ha compreso la mia natura difficile e ha quindi cercato di non remarmi contro, di non crearmi pi\u00f9 problemi di quanti non ne avessi in partenza. I genitori di Riccardo, famiglia vecchio stampo, diametralmente opposta a quella da cui provenivo in termini di abitudini e valori, si aspettavano che io mi adattassi al loro modo di vivere, erano ciechi e sordi, non c\u2019era spazio per il mio malessere, e questo ha contribuito al crollo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la cosa peggiore \u00e8 non poterne parlare.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Non solo ti \u00e8 successa una cosa terribile, ma devi anche nasconderla come qualcosa di vergognoso. Un po\u2019 come succede col cancro, ma molto peggio. Ci sono persone che hanno difficolt\u00e0 ad ammettere anche quello, credo per la ragione che la malattia \u00e8 sempre una condizione di debolezza: ci mostra scoperti e inadempienti agli occhi del mondo. Conosco persone che hanno negato la propria malattia anche di fronte all\u2019evidenza, rendendosi ridicole, magari, o sprecando energie preziose. Si sono chiuse in casa durante la chemio e hanno aspettato che i capelli ricrescessero per poi portare avanti la commedia. Essere malati \u00e8 sempre difficile. La compassione negli occhi di chi ti guarda, l\u2019impossibilit\u00e0 di rispondere \u00abbene\u00bb quando ti chiedono come stai. Se col cancro il tab\u00f9 comincia a venire infranto \u2013 non \u00e8 pi\u00f9 <em>un brutto male <\/em>ma riconquista il proprio nome, i vip che ne sono colpiti lo ammettono pubblicamente e scrivono libri in cui parlano della propria esperienza \u2013 col disagio mentale \u00e8 ancora poco frequente. Qualcuno racconta di <em>periodi bui <\/em>e momenti di depressione in seguito a una perdita, ma si tratta quasi sempre di episodi isolati, come una fase di cui si possano riconoscere un inizio e una fine. Ebbene, non funziona cos\u00ec. La mia esperienza m\u2019insegna che la malattia mentale \u00e8 fortemente invalidante. Si manifesta compromettendo la tua vita lavorativa e le tue relazioni sociali, distrugge l\u2019immagine che avevi di te stesso. Ti cambia.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Molto pi\u00f9 dei danni fisici, e pi\u00f9 del senso di colpa che ha comportato, credo che la principale conseguenza del mio gesto sia quella di aver distrutto la mia affidabilit\u00e0. O almeno lo credevo. Ho dovuto lottare per anni col mio senso di colpa, e non \u00e8 mai una vittoria definitiva. I giudici pi\u00f9 severi siamo noi stessi, a volte. Sebbene io non sia mai stata ricoverata in un reparto psichiatrico, durante la mia degenza in ospedale e in clinica venivo costantemente monitorata da psichiatri e psicoterapeuti che, accanto alla ripresa fisica, erano l\u00ec per darmi supporto. Anche una volta fuori, col mio terapeuta abbiamo lavorato sulla sensazione di stigma che non mi abbandonava e che ero io stessa a infliggermi. Mi sentivo in difetto, ed ero certa che anche gli altri mi percepissero cos\u00ec. Le volte in cui qualche amichetta di Greta si trovava a casa nostra per il pomeriggio o la notte in occasione di un pigiama party, non potevo fare a meno di chiedermi se i genitori, e in particolare la madre, me l\u2019avrebbero lasciata comunque sapendo quanto avevo fatto. Poco tempo dopo aver pubblicato il mio primo romanzo, in cui parlavo di disturbi psichici sebbene non me li attribuissi in maniera esplicita, invitammo alcuni amici a cena. Era gente molto brava a nascondere i problemi e a negarne l\u2019esistenza, o l\u2019insieme delle due cose. Una delle invitate disse davanti a tutti che non l\u2019avrebbe stupita se io, da un giorno all\u2019altro, avessi preso e mollato tutto, un po\u2019 come i mariti che \u00abescono per comprare le sigarette\u00bb e poi spariscono nel nulla. Era una battuta, eppure mi fer\u00ec.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Nel suo libro <em>Citt\u00e0 sola<\/em>, Olivia Laing affronta, fra le altre cose, il concetto di stigma e le sue conseguenze sulle persone. Per farlo trae spunto da un altro testo: <em>Stigma. L\u2019identit\u00e0 negata <\/em>di Erving Goffman. Il termine, di origine greca, sta a indicare un sistema di \u00absegni fisici associati agli aspetti insoliti e criticabili della condizione morale della persona\u00bb. Si tratta di un marchio a fuoco di cui \u00e8 difficile liberarsi e che renderebbe chi ne \u00e8 portatore una persona \u00abcontaminata\u00bb, \u00abdifettosa\u00bb. Quello della stigmatizzazione e dei suoi (devastanti) effetti \u00e8 un discorso che Olivia Laing porta avanti traendo spunto dal modo in cui erano percepiti e segregati i malati di AIDS nella New York dei primi anni Novanta. In particola- re, scrive: \u00abCome se non bastasse la tragedia di ammalarsi, [&#8230;] di sopportare il dolore e l\u2019invalidit\u00e0, senza dover anche diventare letteralmente un intoccabile\u00bb. Un paradosso che sembrava riguardare anche me: barricata dietro un muro di silenzio nel momento in cui ero pi\u00f9 vulnerabile.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMa tacere sulle cose che ci sono accadute non \u00e8 un po\u2019 come tradire se stessi, o quantomeno tradire quella parte di s\u00e9 che le ha sperimentate?\u00bb chiede Rachel Cusk in <em>Resoconto. <\/em>Mi ci \u00e8 voluto un po\u2019 di tempo, per capire che in effetti \u00e8 cos\u00ec. E che bisogna scegliere, se mettere a tacere il tutto, ingoiarlo sperando che non riemerga pi\u00f9, <em>che non ti scoprano<\/em>, oppure fartene portavoce.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Dovremmo cominciare a fare <em>coming out<\/em>, senza curarci troppo delle reazioni altrui. Non ne potevo pi\u00f9 di nascondermi, di temere di urtare la suscettibilit\u00e0 del mio interlocutore ogniqualvolta si affrontavano discorsi legati al disturbo che tanto condiziona il mio modo di vivere.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Quando l\u2019idea di questo libro cominci\u00f2 a concretizzarsi, un\u2019amica che lavora nell\u2019editoria mi consigli\u00f2 caldamente di preservarmi, di non darmi in pasto al pubblico e di giocare sull\u2019equivoco, magari, salvaguardando cos\u00ec la mia immagine e la mia privacy. Me lo ripet\u00e9 pi\u00f9 e pi\u00f9 volte, roteando gli occhi dietro la spessa montatura dei suoi occhiali. E in quel momento ho capito. Mentre cercavo di spiegarle il motivo per cui era cos\u00ec importante per me non nascondere quanto mi era successo esponendomi in prima persona, compresi che questo libro non era solo il racconto di una cosa terribile che mi era successa, ma anche un gesto politico, almeno nelle intenzioni. C\u2019entrava qualcosa che aveva a che fare col concetto di <em>pride<\/em>, lo stesso sentimento di appartenenza e rivendicazione che fa scendere in piazza la comunit\u00e0 LGBT per dire finalmente, dopo secoli di vergogna e silenzio: IO SONO COS\u00cd. Purtroppo non esistono manifestazioni di questo tipo per chi ha disturbi psichici, i pazienti psichiatrici difficilmente solidarizzano gli uni con gli altri: quando si incontrano in sala d\u2019aspetto per discrezione abbassano entrambi lo sguardo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec, invece di saltare con loro su un carro a urlare NON CHIEDER\u00d2 SCUSA!, ho scritto questo libro.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Naturalmente temo l\u2019impatto che tutto questo potr\u00e0 avere sulla mia vita. Se c\u2019\u00e8 una cosa che non vorrei, \u00e8 che fosse Greta a farne le spese. Se c\u2019\u00e8 una cosa che mi angoscia, \u00e8 che qualcuno possa dirle, un giorno, con cattive- ria, con superficialit\u00e0: Tua madre \u00e8 pazza. Ma qualcosa mi fa pensare che tentare di nasconderlo, a tutti e in particolar modo a lei, possa aumentare le possibilit\u00e0 che questo accada.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Non posso fare a meno di chiedermi cosa ne sarebbe stato di me se fossi nata un secolo prima. Probabilmente mi avrebbero internata da qualche parte e avrebbero buttato via la chiave, non lo so. Non posso fare a meno di chiedermi molte cose. Ad esempio se una madre pazza, una madre svitata, sia preferibile al non avere nessuna madre. Qui i miei studi mi vengono in aiuto, con quel simpaticone di Donald Winnicott, lo psicoanalista inglese cui si deve la definizione di \u00abmadre sufficientemente buona\u00bb anche se imperfetta. Una madre che, pur avendo \u00abmolte buone ragioni per detestare il figlio\u00bb, resta in grado di rispondere ai suoi bisogni. Mi consolo cos\u00ec.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Quando manifestavo l\u2019intenzione di scrivere quello che diventer\u00e0 questo libro a persone vicine o addetti ai lavori, per prima cosa mi chiedevano se fossi certa di quello che facevo, e se non preferissi usare uno pseudonimo. Le ragioni che mi hanno spinta a espormi, a uscire allo scoperto, mettendo in piazza un fatto privato e le sue conseguenze, sono diverse. Come detto all\u2019inizio, ho sentito una sorta di \u00abdo- vere\u00bb nei confronti di quanti hanno dovuto misurarsi con un\u2019esperienza analoga, perch\u00e9 la mia testimonianza avrebbe potuto aiutarli. Ma prima ancora di questo, la mia scelta \u00e8 legata a una convinzione che lo scrittore americano Denis Johnson ha espresso molto bene in un\u2019intervista rilasciata alcuni anni prima di morire:&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>[All\u2019epoca] pensavo fosse importante nascondere che non ci sto con la testa. E poi sono cresciuto e cinque anni dopo ho pensato: che differenza fa? Le persone che incontro lo capiscono dopo pochi secondi. Non ci si pu\u00f2 nascondere. Nessuno pu\u00f2 nascondersi per sempre. Alla fine saremo sempre smascherati.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec come non volevo restare un\u2019estranea per le persone pi\u00f9 vicine, l\u2019opinione degli altri, degli estranei, ha acquistato sempre meno importanza ai miei occhi. Non ho voluto fare della mia vita una farsa. E me ne assumo la responsabilit\u00e0. Quando quest\u2019ultima mi sembrava troppo pesante, dicevo a me stessa che in ogni caso la verit\u00e0, prima o poi, sarebbe venuta a galla.<\/p>\n\n\n\n<p>E allora, tanto valeva che a raccontarla fossi io.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Guardare le cose da lontano, rivederle, attribuire loro un valore. Nel tirarle fuori \u00e8 come se le avessi allontanate da me. Ma non saranno mai lontane abbastanza. Per scrivere questo libro mi sono dovuta sottoporre a dei test e a un\u2019intervista semistrutturata, necessari a formulare la diagnosi. Durante uno dei colloqui propedeutici alla stesura, ho dovuto parlare a lungo di quanto era successo, come pure della mia paura che possa accadere di nuovo, una probabilit\u00e0 con la quale sono costretta a convivere. Finch\u00e9 le cure funzionano, e la mia testa risponde, \u00e8 facile porsi buoni propositi. Purtroppo, per\u00f2, quando si sta male, male come sono stata io, non c\u2019\u00e8 ragionamento o prevenzione che tenga. Mi hanno chiesto che cosa farei se stessi male di nuovo. E la verit\u00e0 \u00e8 che io non lo so, non posso saperlo. Spero che le persone a me vicine non si porranno scrupoli a ricoverarmi, questa volta. D\u2019altronde, quando i nostri organi vitali si ammalano gravemente, o smettono di funzionare come dovrebbero, corriamo all\u2019ospedale, e non vorrei che l\u2019antipsichiatria ci abbia tratti in inganno fino a questo punto. Abolire i manicomi (luoghi di clausura, pi\u00f9 che di cura) e restituire i malati psichici alla societ\u00e0 \u00e8 un conto, privare questi ultimi delle cure di cui necessitano in nome della loro libert\u00e0, \u00e8 un altro. Credo che i miei familiari abbiano cercato in tutti i modi di evitare il ricovero psichiatrico \u2013 che io ero la prima a invocare \u2013 per non consegnarmi a una realt\u00e0 di cui avevano paura, per non etichettarmi, illudendosi che evitare il ricovero potesse trarmi in salvo dalla malattia psichiatrica stessa, di cui invece gi\u00e0 soffrivo e che stava per costarmi la vita. Le cause precise non le conosceremo mai, n\u00e9 voi n\u00e9 io. Ma sono abbastanza sicura che non vadano demonizzati n\u00e9 i trattamenti farmacologici, in alcuni casi imprescindibili, n\u00e9 i reparti psichiatrici, con tutte le loro carenze.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Scrivere \u00e8 un mestiere solitario. Non che questo mi dispiaccia, ma in alcune giornate preferisco non restare in casa a lavorare. La biblioteca pi\u00f9 vicina, a pochi metri da dove abito, \u00e8 quella dell\u2019Istituto di cultura francese Grenoble. Si trova in un bellissimo palazzo di stile neorinascimentale, con grossi blocchi di tufo a vista e ampie finestre ad arco. A firmarne il progetto fu nel 1884 l\u2019architetto di origini inglesi Lamont Young, un uomo singolare, all\u2019epoca considerato eccentrico proprio per il suo gusto che si avvicinava al gotico e al medievale. Conoscevo solo il suo nome per via del pi\u00f9 appariscente Castello Aselmeyer, dove un tempo abitava la nonna di Riccardo, e durante uno dei miei pomeriggi in biblioteca andai a cercare pi\u00f9 notizie su di lui. Lamont Young era un visionario e, come spesso accade, un incompreso. Gi\u00e0 all\u2019inizio del secolo scorso aveva presentato un progetto per la realizzazione di una linea metropolitana a Napoli \u2013 sessant\u2019anni prima che questa venisse realizzata \u2013 nonch\u00e9 di un suggestivo \u00abrione Venezia\u00bb che avrebbe dovuto collegare attraverso canali e ponti il borgo di Santa Lucia con la zona di Bagnoli. Tutto questo non venne mai realizzato, e le sue uniche idee a vedere la luce furono alcuni progetti di palazzi e residenze signorili rese possibili da committenze private. Amareggiato, prima si ritir\u00f2 a vivere sull\u2019isolotto della Gaiola a Posillipo, in seguito sul monte Echia a Pizzofalcone, dove costru\u00ec una sinistra villa intitolata a sua moglie Ebe. Proprio qui, nel 1929 Lamont Young mor\u00ec sparandosi un colpo di pi- stola alla tempia, e ancora oggi si racconta che il suo spirito aleggi sulla splendida terrazza che d\u00e0 sul mare, mentre la villa neogotica, dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, un incendio e la cessione degli eredi dell\u2019architetto al Comune di Napoli, \u00e8 in stato di abbandono.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Dico a me stessa che dovr\u00f2 smetterla, prima o poi, di circondarmi di storie di suicidi o aspiranti tali, ma \u00e8 come se siano queste a venirmi a cercare. Gli eventi dimostrano che un modo per andare avanti in fin dei conti l\u2019ho trovato, anche se non saprei dire con esattezza quale sia. Mentre ero ricoverata, un\u2019amica di famiglia mi invi\u00f2 una lettera in cui ripeteva di non scoraggiarmi. Credo sia stato quello che ho fatto. Come scrivevo in uno dei miei diari di ragazza: \u00abBisogna continuare con le cose che continuano, perch\u00e9 le cose continuano insieme a noi che continuiamo\u00bb.&nbsp;<br><br><a href=\"http:\/\/www.slow-words.com\/it\/fuani-marino-scrittrice\/\">Fuani Marino<\/a><a href=\"http:\/\/www.slow-words.com\/fuani-marino-writer\/\">&nbsp;<\/a>(Italy, 1980-)<\/p>\n\n\n\n<p>estratto pagine 140 -147 da <a href=\"https:\/\/www.einaudi.it\/catalogo-libri\/narrativa-italiana\/narrativa-italiana-contemporanea\/svegliami-a-mezzanotte-fuani-marino-9788806242619\/\">Svegliami a mezzanotte<\/a>&nbsp;&nbsp;(2019, Frontiere, pp. 168 \u20ac 17, 00, ISBN 9788806242619)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A detta del mio medico, pi\u00f9 mi dirigevo verso la guarigione e pi\u00f9 manifestavo la mia insofferenza senza filtri. 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