{"id":7496,"date":"2019-05-14T03:53:49","date_gmt":"2019-05-14T03:53:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.slow-words.com\/?p=7496"},"modified":"2019-05-24T14:26:35","modified_gmt":"2019-05-24T14:26:35","slug":"omaggio-a-niemeyer","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.slow-words.com\/it\/omaggio-a-niemeyer\/","title":{"rendered":"Omaggio a Niemeyer"},"content":{"rendered":"<p>LA CASA DEL PARTITO<\/p>\n<p>1.<\/p>\n<p>&#8211; Buongiorno, siamo qui per visitare l\u2019edificio.<\/p>\n<p>&#8211; Questa \u00e8 una casa, non un museo. Cosa cercate? Siete iscritti, militanti? Avete la tessera?<\/p>\n<p>&#8211; Veramente no\u2026 A che tessera si riferisce?<\/p>\n<p>&#8211; Alla tessera di partito. Cosa vi interessa?<\/p>\n<p>&#8211; Beh, da quel che sappiamo questo edificio \u00e8 stato progettato da un maestro dell\u2019architettura.<\/p>\n<p>&#8211; S\u00ec, ma prima di tutto \u00e8 una casa, la nostra casa. La \u201ccasa dei lavoratori\u201d. Siete compagni?<\/p>\n<p>&#8211; Beh, s\u00ec\u2026 sostenitori. Sosteniamo la causa.<\/p>\n<p>&#8211; Bene, allora potete capire. Vedete queste sedie? Questi tavoli? Questi muri? Li abbiamo pagati noi, con i nostri soldi, con i nostri sacrifici e le nostre lotte. Siamo orgogliosi di abitare qui, e il maestro di cui parlate ha condiviso con noi questo spirito. Ha regalato il progetto al partito. Ognuno ci ha messo la sua parte: lui il progetto e noi i soldi per realizzarlo.<\/p>\n<p>Place du Colonel Fabien, XIX Arrondissement, cuore di Belleville. Un tempo quartiere operaio. Era il 1999 e lavoravo a Parigi. Quel giorno, insieme a un amico, mi sono recato l\u00e0 \u201cin pellegrinaggio\u201d, per visitare finalmente \u2013 quasi con devozione \u2013 la sede del Partito comunista francese, opera stupenda ma stranamente (e inspiegabilmente) poco pubblicata del maestro brasiliano Oscar Niemeyer.<\/p>\n<p>Dalla strada l\u2019edificio si scorgeva appena, nascosto da una cortina di platani. In posizione arretrata rispetto al carrefour, a un primo sguardo sembrava negarsi. Una cancellata \u2013 non voluta dal progettista ma imposta in seguito da ragioni di sicurezza \u2013 lo separava ulteriormente dal marciapiede, generando una sospensione. Uno spazio in attesa. Ci \u00e8 voluto un attimo per capire che ci\u00f2 che si intravedeva all\u2019interno del perimetro recintato annunciava qualcosa di importante.<\/p>\n<p>Era domenica, una bella domenica di settembre a Parigi. La citt\u00e0 era semideserta. La sede era aperta. Si poteva entrare senza troppe questioni.<\/p>\n<p>Ci hanno accolto due vecchi <em>camarades<\/em>. Avevano l\u2019aria stanca. Erano l\u00ec per tenere aperta la casa dei lavoratori. Anche la domenica. Non per la giornata del patrimonio, come sarebbe successo dieci anni pi\u00f9 tardi. Ma per attivit\u00e0 politica. Per difendere ormai l\u2019indifendibile, ritardando semplicemente \u2013 senza poterla impedire \u2013 l\u2019inesorabile metamorfosi della loro sede da luogo pulsante della partecipazione e della militanza a monumento desacralizzato dell\u2019architettura contemporanea.<\/p>\n<p>2.<\/p>\n<p>La storia di questo edificio \u2013 \u201ceroico cantiere dell\u2019Utopia\u201d \u2013 \u00e8 indissolubilmente legata alle vicende internazionali degli anni 60, ai fermenti di rinnovamento e alle nuove istanze politiche e sociali dell\u2019epoca. E inizia nel 1965, quando Oscar Niemeyer, costretto, a causa della sua militanza comunista, a lasciare il Brasile, giunge in Francia come esule politico, in fuga dalla neonata dittatura. In quello stesso anno gli viene commissionato, da parte dell\u2019Esecutivo del Partito Comunista Francese, un primo studio di massima per un nuovo complesso dove concentrare tutte le attivit\u00e0 del partito, allora disperse in varie sedi. Gli studi preparatori prenderanno ufficialmente avvio solo nel 1967. Il successivo incarico, affidato allo stesso Niemeyer, vedr\u00e0 coinvolta, in fase esecutiva, un\u2019equipe di progettisti di grande rilievo: Jean Deroche (suo primo collaboratore a Parigi, a partire dal 1966), Paul Chemetov, Jos\u00e9 L. Pinho, Jean Prouv\u00e9 e Jacques Tricot. La realizzazione avverr\u00e0 in due fasi. I costi sono in larga parte sostenuti dai contributi degli attivisti. Le attivit\u00e0 di cantiere si snoderanno su un arco di quasi tre lustri (1967-1980) per terminare con un esito straordinario: un\u2019opera \u201ceretica\u201d in cui si sintetizzano, in modo irripetibile, \u00abil talento creativo del suo ideatore, il magistero costruttivo dei tecnici e delle maestranze e la passione e l\u2019impegno civile di decine di migliaia di militanti\u00bb.<\/p>\n<p>La complessa forma del lotto su cui sorge l\u2019edificio, un poligono irregolare in leggera pendenza convergente verso il carrefour di Place du Colonel Fabien, viene affrontata da Niemeyer con una strategia progettuale di matrice modernista che interpreta in modo originale e non autoreferenziale l\u2019idea dell\u2019oggetto isolato, rifiutando ogni compromesso con l\u2019impianto urbano ottocentesco di origine haussmanniana che caratterizza il contesto. Il risultato di questa operazione \u00e8 una composizione rigorosa e dinamica, basata sulla linea curva, sulla giustapposizione dei volumi principali (due \u201coggetti\u201d collegati da un piano inclinato) e sul contrasto cromatico dei materiali (cemento e vetro): il corpo degli uffici \u2013 una manica doppia di sei piani a pianta ondulata \u2013 fa da fondale alla cupola bianca di cemento sottile, a sezione pseudoparabolica, che copre l\u2019aula congressi a pianta circolare emergendo parzialmente dal suolo artificiale. Quest\u2019ultimo, raccordando le differenti quote al contorno, funge da copertura del sottostante piano interrato al quale si accede attraverso una fenditura, secondo una modalit\u00e0 tipica dello spazio criptico. L\u2019intercapedine abitabile che si viene a generare costituisce di fatto lo spazio pi\u00f9 importante dell\u2019intero complesso, luogo di connessione tra tutte le sue parti, articolato (ma non separato) in spazi secondari tramite setti curvilinei. In esso sono dislocate, in un ribaltamento delle gerarchie spaziali, l\u2019ingresso principale, gli spazi di ricevimento, la libreria, il foyer esposizioni, l\u2019aula del Comitato Centrale e gli spazi per l\u2019attesa, collegati da percorsi in leggera pendenza. Una rivisitazione originale del principio lecorbusieriano del <em>plan libre<\/em>, dove la purezza formale viene contaminata dal progetto di suolo e i singoli elementi, non pi\u00f9 separabili, concorrono alla definizione di uno spazio ibrido e \u201cpulsante\u201d.<\/p>\n<p>Alla purezza formale, chiarezza e \u201csemplicit\u00e0\u201d dell\u2019impianto esterno \u2013 la vetrata continua (<em>mur rideau<\/em>) dei prospetti, enorme e raffinato serramento progettato da Jean Prouv\u00e9 per conferire all\u2019edificio il senso di trasparenza della \u201ccasa di vetro\u201d (<em>maison de verre<\/em>), ne delinea la sagoma con grande effetto scenografico \u2013, fa da contrappunto una spazialit\u00e0 interna rivoluzionaria, corporea e fenomenica, costruita attraverso una \u201cstrategia percettiva\u201d basata sulla fluidit\u00e0, che presuppone il movimento e non la contemplazione statica: pensata in questa prospettiva la poesia degli elementi della composizione, l\u2019attenzione ai dettagli, anche i pi\u00f9 insignificanti, trasforma gli spazi di distribuzione in spazi veri e propri e rende la transizione da un luogo all\u2019altro un\u2019esperienza totalizzante.<\/p>\n<p>3.<\/p>\n<p>In anni di grandi ubriacature da nuovi formalismi percorrere quegli spazi \u00e8 stata una lezione di sobriet\u00e0 non minimalista, di eleganza in equilibrio tra il vetro e il cemento. Dimostrazione della capacit\u00e0 di controllo dell\u2019atto creativo, dell\u2019intuizione e delle moderne tecnologie costruttive, essi incarnano una dimensione visionaria trasformata in materia viva e pulsante, come se il concetto di \u201cuomo nuovo\u201d potesse prendere forma (e acquisire senso) solo attraverso una nuova idea (e una nuova esperienza) dello spazio, a partire dai luoghi dove avrebbe dovuto formarsi la sua coscienza politica. Architettura quindi in quanto simbolo e metafora di un \u00abnuovo modello di societ\u00e0 civile ispirato ai principi del progresso, dell\u2019uguaglianza, della solidariet\u00e0 e della giustizia sociale\u00bb. Non mero manufatto o semplice insieme di elementi costruttivi. E architettura in quanto casa, nelle intenzioni di progetto cos\u00ec come negli esiti. E, come tale, espressione e testimonianza, racconto di chi la abita. Relazione coerente tra storia e forme. Capace di accoglierne le istanze e dare loro corpo.<\/p>\n<p>Non \u00e8 un caso che il maestro brasiliano pi\u00f9 volte, nel corso della sua carriera, abbia preso le distanze dall\u2019idea di progetto come opera d\u2019arte, dichiarando: \u00abquello che conta non \u00e8 l\u2019architettura, ma la vita, gli amici e questo mondo ingiusto che dobbiamo cambiare\u00bb. Il prevalere di una \u00abdimensione sociale e responsabile dell\u2019architettura\u00bb testimonia in fondo dell\u2019affinit\u00e0 di pensiero con chi, con la propria militanza politica, i propri sacrifici e il proprio impegno civile, aveva contribuito a costruire la sede del partito. Una casa, la casa dei lavoratori\u2026 Per Niemeyer bisogna dare corpo all\u2019utopia suscitando sorpresa e coinvolgimento. Nel contrasto tra l\u2019enfasi sulla \u00ablirica sinuosit\u00e0 delle forme curvilinee\u00bb dei resoconti d\u2019architettura e la domesticit\u00e0 dello sguardo dei <em>camarades<\/em> \u00e8 racchiusa l\u2019essenza di quel posto.<\/p>\n<p>4.<\/p>\n<p>L\u2019accelerazione della storia determinata dagli eventi del 1989 (quando inizia a calare il sipario sul \u201cSecolo breve\u201d) ha contribuito, come nessun agente fisico sarebbe stato in grado di fare, alla precoce obsolescenza dell\u2019immagine dell\u2019edificio, trasformandolo in testimone di un mondo scomparso solo vent\u2019anni dopo la sua costruzione. Proiettato in una dimensione fantastica, atemporale, in cui la poetica dello spazio si separa dalle sue ragioni fondative, dalla retorica dell\u2019edificio simbolo \u2013 mera e ideologica rappresentazione in pietra degli ideali dell\u2019emancipazione \u2013, e le sue forme, ancora potentemente attuali, si rendono autonome dalla connotazione politica che aveva influenzato la loro concezione.<\/p>\n<p>Nonostante ci\u00f2 il destino dell\u2019opera sembra comunque inseparabile dalla vicenda politica: le difficolt\u00e0 elettorali e finanziarie del PCF degli ultimi anni hanno infatti determinato la \u00abdismissione parziale e la previsione di una progressiva riconversione funzionale dell\u2019immobile\u00bb. E se, fino a qualche anno fa, il mantenimento nel tempo della funzione originaria ne aveva garantito \u00abla preservazione, senza manomissione alcuna, dell\u2019integrit\u00e0 morfologica, spaziale e distributiva\u00bb, oggi, con la crisi di consenso del partito, quelle condizioni sono venute meno. Elemento che, unito a una mutazione epocale del quadro storico, economico e culturale, rappresenta un (ulteriore) fattore di problematicit\u00e0 rispetto alla prospettiva della conservazione, nonostante questo \u201ccaposaldo della modernit\u00e0\u201d il 26 marzo 2007 sia stato iscritto nel <em>classement des Monuments Historiques<\/em> e sottoposto a vincolo.<\/p>\n<p>Il problema \u00e8 indubbiamente complesso e, come ricorda Riccardo Forte, storico dell\u2019architettura e studioso del Movimento Moderno, nel caso della sede del PCF come in quello di altre \u201carchitetture totemiche\u201d del modernismo, investe questioni di carattere culturale in misura almeno uguale a quelle di ordine tecnico ed economico: \u00abl\u2019epilogo delle avanguardie storiche e il dissolvimento delle ideologie del Novecento impongono oggi la formulazione di nuovi codici interpretativi e di approcci metodologici inediti capaci di misurarsi con le sfide culturali indotte da una societ\u00e0 in vertiginosa trasformazione. La conservazione dell\u2019eredit\u00e0 patrimoniale del Moderno e delle sue icone, <em>enclaves<\/em> de-sacralizzate dell\u2019utopia dottrinaria, non pu\u00f2 prescindere dall\u2019acquisizione di un processo di ridefinizione identitaria capace di coniugare le nuove dinamiche economiche e sociali con la lirica espressione creativa \u2013 l\u2019assalto al \u201ccielo\u201d della bellezza e della poesia \u2013 di cui Oscar Niemeyer \u00e8 stato un insuperato artefice\u00bb. Trovare una soluzione, in questo caso, \u00e8 (anche) un dovere morale.<\/p>\n<p>Paolo Vitali<\/p>\n<p><em>Questo scritto \u00e8 la versione ampliata del testo&nbsp;pubblicato dall&#8217;autore su&nbsp;\u201cIl Giornale dell\u2019Architettura\u201d, edizione online, 4 maggio 2016&#8243;<\/em><\/p>\n<p><\/p>\n<p><em><br>Immagine di copertina: Lara Favaretto alla 58ma Biennale d&#8217;arte di Venezia&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>LA CASA DEL PARTITO 1. &#8211; Buongiorno, siamo qui per visitare l\u2019edificio. &#8211; Questa \u00e8 una casa, non un museo. &hellip; <a href=\"https:\/\/www.slow-words.com\/it\/omaggio-a-niemeyer\/\">Continua<\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":13442,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[14],"tags":[4693,4694],"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.slow-words.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/7496"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.slow-words.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.slow-words.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.slow-words.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.slow-words.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=7496"}],"version-history":[{"count":6,"href":"https:\/\/www.slow-words.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/7496\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":13530,"href":"https:\/\/www.slow-words.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/7496\/revisions\/13530"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.slow-words.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/13442"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.slow-words.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=7496"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.slow-words.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=7496"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.slow-words.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=7496"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}