{"id":9789,"date":"2017-07-12T12:29:02","date_gmt":"2017-07-12T12:29:02","guid":{"rendered":"http:\/\/www.slow-words.com\/it\/?p=9789"},"modified":"2017-07-20T10:28:18","modified_gmt":"2017-07-20T10:28:18","slug":"il-mare-che-bagna-pensieri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.slow-words.com\/it\/il-mare-che-bagna-pensieri\/","title":{"rendered":"Il mare che bagna i pensieri"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Lubiana, lei volle dire anche nebbia e odore di carbon fossile, odore di carbon fossile e nebbia. In mezzo\u00a0alla nebbia prosperavano i funghi, i raffreddori. Al Caf\u00e9 Europa l\u2019atmosfera non era meno uggiosa.<\/p>\n<p><em>Then we were heading towards the sea.<\/em><\/p>\n<p>Sul Carso, di colpo, il clima muta. Le nebbie si ritirano, i pini si stagliano neri e ben delineati sul fondo calcareo. Lecci, ginepri, ginestroni. Terra rossa. Pietrisco. Le torri campanarie dei villaggi sparsi in lontananza non appuntite, ma a <em>campanile<\/em>. L\u2019elemento mediterraneo si fa notare.<\/p>\n<p>Si fa notare ancor pi\u00f9 quando l\u2019altopiano carsico termina, per digradare ripido verso il golfo di Trieste.\u00a0Qui il mare si adagia in un gigantesco semicerchio: azzurrino, scintillante, tutto una promessa.<\/p>\n<p>Deve avermi mozzato il fiato, questo primo mare. Ancora oggi, nel mio settentrione, chiudendo gli occhi\u00a0vedo la sua luminosa vastit\u00e0. Sento l\u2019odore dell\u2019aria salmastra, le onde che battono il litorale. E mi sembra\u00a0che vada tutto bene.<\/p>\n<p>Quasi senza che io lo voglia, le labbra formano una \u00abO\u00bb.<\/p>\n<p>Acqua, vento, calore, pietra, bianco, azzurro, conchiglia, alga, pervinca, alloro, rosmarino, vite, oleandro. E altalena e Faro e Miramare e pesci e navi. Oppure cos\u00ec:<\/p>\n<p><em>La cerchia dell\u2019infanzia<\/em><\/p>\n<p><em>con faro e golfo<\/em><\/p>\n<p><em>con castello e bosso<\/em><\/p>\n<p><em>con veranda e fiaba<\/em><\/p>\n<p><em>della volpe con spiaggia e<\/em><\/p>\n<p><em>sabbia istriana con pap\u00e0<\/em><\/p>\n<p><em>mamma e frangenti<\/em><\/p>\n<p><em>con cono gelato e vento<\/em><\/p>\n<p><em>dal Carso ma senz\u2019ombra di paura.<\/em><\/p>\n<p>Lo stenogramma di una felicit\u00e0, che in realt\u00e0 aveva molti aspetti. Come il mare, come il cielo, come la\u00a0citt\u00e0, che era divisa in due. La zona A era amministrata dagli alleati, la zona B dagli jugoslavi. Noi vivevamo\u00a0nella zona A, a Barcola, verso Miramare. Una casa color sangue di bue, lungo la ripida via San Bortolo,\u00a0al disopra del viadotto dell\u2019ex ferrovia sud, con giardino, pergolato e gallo che cantava. Piano superiore,\u00a0vista sul mare. Il bagno l\u2019avevamo in comune con la famiglia di un ufficiale delle truppe d\u2019occupazione\u00a0americane, che era acquartierata nell\u2019appartamento accanto. Due nuove lingue battevano contro il mio\u00a0orecchio: l\u2019inglese e l\u2019italiano. L\u2019inglese apparteneva ad una sfera che mi restava estranea, l\u2019italiano lo imparavo\u00a0da Violetta, la figliola gobba dei vicini di casa, dai bambini sulla spiaggia, dalle donne del mercato.\u00a0Imparavo a tutto spiano. A nuotare col salvagente di sughero, a discorrere con Violetta, ad andare in tram,\u00a0a far fronte al vento. Imparavo fino all\u2019esaurimento, poi dormivo fra pap\u00e0 e mamma il sonno infantile dei\u00a0giusti.<\/p>\n<p>I treni, che \u2013 ad altezza d\u2019occhio \u2013 transitavano lungo il viadotto, non mi facevano paura. N\u00e9 di giorno, n\u00e9 di notte. Come fossero dei giocattoli, sfilavano davanti all\u2019orizzonte marino e sparivano.<\/p>\n<p>Il giardino era privo d\u2019incanto. Angusto e inselvatichito, somigliava ad un verde ripostiglio \u2013 con bosso e alberi\u00a0di fico, con un po\u2019 di ortaggi e un gallo scontento, che razzolava solitario in mezzo all\u2019erba sparuta.<\/p>\n<p>Non avevo voglia di andare in giardino, tutt\u2019al pi\u00f9 nella veranda invasa dal glicine. Avevo voglia di andare\u00a0al mare, continuamente al mare. Delle foto mi ritraggono in un cappotto ungherese di pelle d\u2019agnello,\u00a0lungo fino alla caviglia, con un berretto di lana sul molo di Barcola. Avr\u00e0 fatto freddo e ci sar\u00e0 stato\u00a0vento, corrugo la fronte. Ma non c\u2019era tempo atmosferico che potesse tenermi lontana dal mare, al massimo\u00a0la bora, quand\u2019era fortissima. La mia infanzia triestina si svolse sugli scogli sbiancati che bordano\u00a0il litorale di Barcola \u2013 e, lungo un semicerchio, il promontorio col castello di Miramare. Grandi massi irregolari,\u00a0fra i quali l\u2019acqua gorgogliava, mugghiava o frusciava acquietante. Mentre lo sguardo perlustrava l\u2019orizzonte alla ricerca di navi o si perdeva nell\u2019azzurro del mare.<\/p>\n<p>D\u2019estate ci si doveva andare ogni giorno: la borsa da spiaggia gi\u00e0 pronta e alle dieci gi\u00f9 sugli scogli. Mia\u00a0madre ed io ci sceglievamo quelli pi\u00f9 piatti, stendevamo il telo-Biancaneve-e-i-sette-nani e ci mettevamo comode, sdraiate o sedute. Lei mi spalmava di crema le spalle e io lo facevo con le sue, poi tirava fuori un\u00a0libro e mi leggeva qualcosa a voce alta. Adesso i diavoli delle favole comparivano di fra le ondate, di\u00a0conseguenza la voce di mia madre si accomunava con tanta naturalezza a quella del mare da farmi sistematicamente assopire. Prima o poi venivo risvegliata dal sole e dall\u2019animazione tutt\u2019intorno a noi. Gli scogli\u00a0s\u2019erano gi\u00e0 riempiti di vivacit\u00e0, dei pensionati avevano montato piccoli tavolini da campeggio sulla passeggiata\u00a0a mare, giocavano a scacchi o consumavano le cibarie portate da casa. In acqua si scatenavano i bambini,\u00a0occasionalmente anche un cane. Stordita dal gran caldo, dal fulgore abbacinante, mi veniva immediatamente\u00a0voglia di fare il bagno. Mia madre mi allacciava il salvagente di sughero, mi spruzzava la nuca e mi spingeva\u00a0dolcemente in acqua. Poi mi veniva dietro.<\/p>\n<p>Parlo delle giornate di bonaccia, quando il mare era\u00a0quasi come uno specchio, senza moto ondoso. Oppure soltanto un po\u2019 increspato. Con un dondolio che pizzicava appena, e isolate correnti pi\u00f9 fresche. Minuscoli pesciolini guizzavano luccicanti. Mi mettevo a strillare per la contentezza.<\/p>\n<p>Non ne avevo mai abbastanza.<\/p>\n<p>Venir fuori dall\u2019acqua era la cosa pi\u00f9 bella in quei punti in cui fra gli scogli c\u2019era della sabbia. Ad un\u00a0tratto con i piedi si toccava, e le mani andavano in cerca di conchiglie. Le estraevano dalla sabbia umida,\u00a0le sciacquavano, fino a renderle cangianti. Le conchiglie spezzate non contavano, valeva ogni singolo dentello, e la decorazione, e la lucentezza, e l\u2019armoniosit\u00e0 della forma.<\/p>\n<p>Non ne avevo mai abbastanza.<\/p>\n<p>La giornata spartita nel mezzo. Quando il sole era allo zenit, si tornava nella casa color sangue di bue,\u00a0nel fresco delle sue stanze ammattonate. Mangiavamo un boccone, poi era il momento della siesta. Ore dai\u00a0suoni smorzati, uno slow-down e un calm-down, un pssst, che faceva rintanare con un balzo silenzioso persino le lucertole. Soltanto i leprotti di luce continuavano a trepidare, a trepidare sull\u2019impiantito. [\u2026]<\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p><em>Ilma Rakusa (Slovacchia, 1946), <\/em><em>da<\/em><em> Il Mare che bagna i pensieri, <\/em><em>Sellerio<\/em><em>, <\/em>2011 &#8211; EAN 9788838925900<\/p>\n<p>Per saperne di pi\u00f9 e comprare il libro: <a href=\"http:\/\/sellerio.it\/it\/catalogo\/Mare-Che-Bagna-Pensieri\/Rakusa\/4919\">http:\/\/sellerio.it\/it\/catalogo\/Mare-Che-Bagna-Pensieri\/Rakusa\/4919<\/a><\/p>\n<p>L&#8217;opera in copertina \u00e8 un lavoro a due mani di Elias Hansen ed Oscar Tuazon visto a Design Curio (Design Miami\/Basel) da OV Project gallery<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Lubiana, lei volle dire anche nebbia e odore di carbon fossile, odore di carbon fossile e nebbia. 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