Cristian Patanè, regista e sceneggiatore

Pigneto, Roma. Esterno notte, sabato sera. 

Lo sguardo cerca di nebulizzare la folla mentre desidero un posto tranquillo dopo aver attraversato il rione più e più volte per un doppio compleanno festeggiato a una fiera di vini naturali. 

Mi presentano Cristian Patanè. 

Questo incontro non arriva per caso nella eterna città del caos e del cinema – sempre più pasoliniana. A dire il vero, per certi versi, PPP non ci si ritroverebbe più perché il Pigneto ha perso il suo muso cattivo, la sua pelle butterata e grassa, il solco grigio opaco dei binari divisivi. Diventando un ovvio, ennesimo ritrovo cool dove non dormire mai. 

Cristian mi invia un suo audiovisivo per continuare la conversazione. Online la sua presenza è scolpita in ogni passo con news e articoli che informano della sua precocissima carriera ma non è sui social (lo si trova solo su LinkedIn).

Vedo il corto Corpo e Aria (Daniele Ciprì firma la fotografia) e mi colpisce come un treno merci di notte che sconquassa i binari nel silenzio di un paese vieppiù impalpabile ma distopico. 

E’ un ritratto assai in levare di una necrofora sui generis che restituisce una riflessione sulla morte e sulla separazione che non ha simili o eguali. 

Ha viaggiato oltreoceano, anche al Santa Barbara International Film Festival ed è un lavoro incredibilmente maturo del giovane regista e sceneggiatore italiano. Nel chiacchiericcio della notte festaiola, mi racconta che sta lavorando al suo primo lungometraggio, tutto sulla santità. 

Questa conversazione cerca di fare il punto, ancora una volta, sullo scrivere per il cinema. E nella sezione ‘Racconti’ troverete la scena 27 di una sceneggiatura firmata a più mani, anche da Cristian, e tratta dal film su cui sta lavorando, Ardore.

La tua vita in poche, o moltissime, righe. Prenditi il tuo tempo e raccontami le molte vite che ti porti dietro

Nasco ad Avola, in Sicilia, nel 1991. Una società rurale che, in quegli anni, mi ha permesso di avere un’infanzia bucolica tra mare, montagna, natura incontaminata. 

Mia nonna aveva una salumeria e accanto c’era un fotografo: la mia fascinazione per luci, flash e ottiche nasce da lì. 

Era l’epoca della pellicola che rendeva tutto ancora più misterioso e affascinante. Io ero un ragazzino molto vivace, la mia curiosità faceva simpatia. 

Il fotografo vicino di bottega mi ha dato molto presto in mano una macchina fotografica ed in seguito il figlio mi ha messo in mano una telecamera. 

A 13, 14 anni ho filmato i primi matrimoni. Ho scoperto dopo di voler fare il regista, mi piaceva recitare perché riusciva a connettermi immediatamente a qualcosa di profondo ed istintuale. 

I matrimoni mi hanno permesso di filmare tutti gli scenari possibili in pochissime inquadrature, quando si è sull’altare c’è un condensato di vita così intenso che da quei primi piani tra lo sposo e la sposa passa veramente tutta la vita. 

Eros, morte, desiderio, paura: all’epoca non capivo tutto perché non ero emotivamente pronto: i matrimoni prima, i cortometraggi poi sono stati un canale di espressione per cercare di capire me stesso.

Un lutto nella mia vita, un’esperienza fondativa nel mio percorso, mi ha fatto scappare dal mio luogo d’origine. Mi sono trasferito a Roma, la capitale è parsa subito un mondo caleidoscopio per un diciassettenne di provincia, di paese. Un luogo ricco per un giovane affamato di conoscenza anche se all’inizio non sono stato fortunato con gli incontri. Quelli sbagliati mi hanno permesso di capire quanto sono forte. Quando hai le energie molto alte – ed una missione: sono molto romantico e vedo ancora il cinema come una missione – non perdi la bussola. 

Pensa che a 23 anni mi ero trasformato in imprenditore digitale per poi aprire qualche anno dopo la mia casa di produzione (che dopo il covid ho dovuto lasciare). Ho prodotto alcune cose di cui sono molto orgoglioso. Non sono diventato ricco, ma l’obiettivo puntava ad un altro tipo di ricchezza, diciamo meno materiale. Sono percorsi, il mio è stato abbastanza non convenzionale.

Roma è stata una scelta legata all’industria del cinema, ad un futuro formativo al Centro Sperimentale o è stata prodotta da altri motivi?

Roma è stata una scelta molto pazza dettata dall’età. Dove si fa il cinema? Lì, a Roma, caput mundi… Avevo fatto un corto assai artigianale dove recitavo anche – non a Giffoni, dove lavorai in seguito e che comunque è arrivato presto e mi ha dato uno sguardo critico sul linguaggio. 

Non c’era ancora l’alta definizione e la luce si impastava ricordando il gesto pittorico: il mio era un tentativo di entrare in relazione con gli elementi di scrittura della luce. Fui premiato in alcuni festival, non importanti, nelle cui giurie però c’erano registi già affermati. In uno di questi incontrai alcuni produttori che mi invitarono a trasferirmi a Roma come loro assistente alla mia maggiore età. 

Tutti i siciliani hanno bisogno di scappare dalla Sicilia per poterla amare, io non feci eccezione. Bruciando le tappe, lasciai il liceo (licenziato da non frequentante) e mi presentai da loro, a lavorare il primo giorno di set al compimento dei 18, con attori, pellicola e teatri di posa. A mio agio: tutto sembrava appartenermi da sempre. Era il mio corto Le Notti Bianche tratto da un racconto di Fedor Dostoewskij, i produttori erano stupiti della mia precocità e del mio carattere, forse preoccupati, ma iniziai a lavorare con loro sui set.

Il Centro Sperimentale non potevo frequentarlo, vengo da una famiglia umile: o mi pagavo l’affitto con il lavoro sul set o non potevo restare a Roma. Ho comunque trovato la mia strada, gli inizi sono stati turbolenti ma ce l’ho fatta lo stesso.

Nei miei primi anni romani il preside del Centro era il grandissimo scenografo Andrea Crisanti: lo incontrai per caso ad una cena a casa di amici dove con molta onestà mi disse cosa era il Centro, ridimensionando le mie aspettative rispetto a quella scuola, nonostante ne parlasse benissimo. Mi consigliò di lasciare perdere, stavo già trovando la mia strada a mio modo. Da sprovveduto e scellerato mi ero già confrontato con un cast di attori veri e con una troupe professionale ed ero sopravvissuto. Dovevo rendermi conto che stavo già lavorando sul mio potenziale.

Dopo quella cena ebbi un breve momento di lavoro in tv con le fiction e capii che non era la mia strada, mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Schiacciato da qualcosa di più grande di me, ero comunque un bambino. Non avevo abbastanza strumenti per capirlo, volevo sempre lavorare tanto mostrando sicurezza e celando ansia, insoddisfazione. 

Mi trovavo sempre in condizione di overacting e quindi me ne andai. 

A 20 anni viaggio in America grazie ad uno stage finanziato dal Ministero della Gioventù (allora retto dalla Meloni): alla UCLA capisco che Roma non fa per me. Mi imbarco allora verso il mio secondo amore e mi iscrivo a Filosofia a Napoli, due linguaggi che si sono sempre compenetrati nella mia vita. Alcuni film mi aiutavano a capire Heidegger, mentre Kant mi faceva capire Terrence Malick, tanto per citare qualche maestro a caso!

Questi studi hanno significato molto per il linguaggio e per un lavoro serio sull’estetica e sull’immaginario.

Quindi studiare filosofia ti ha portato verso la sceneggiatura o per te era già essenziale come ruolo da curare oltre alla regia?

Mi sono sempre considerato un pessimo sceneggiatore, solo da poco tempo ho acquisito la confidenza e la leggerezza di avere a che fare con la scrittura. Il me censore interno era sempre troppo grande, alla ricerca continua di conferme. La sceneggiatura la limitavo solo al territorio della scrittura di scena. Scrivevo ma poi delegavo molto alla regia e al montaggio. I mei corti, che sono degli esperimenti fatti per tentativi ed errori, risentono di questo.

Colmo questo gap e questa insicurezza grazie ad uno sceneggiatore che stimo e che ho conosciuto grazie al regista con cui a lungo ho lavorato e che per un periodo importante della mia formazione si è relazionato a me come mentore, Piero Messina. 

Andrea Paolo Massara, un ragazzo calabrese con un talento raro, mi ha fatto scrivere con lui e in quel processo così autentico, vero e profondo, ho scoperto chi sono io come scrittore. Mi ha aiutato a scoprire il mio talento. Poi con lui ho vinto un Premio al Solinas che mi ha dato ulteriore sicurezza. Questo premio è bello perché fa emergere qualcosa di così intimo come lo scritto, che viene letto e discusso da registi, produttori, montatori, sceneggiatori, insomma tutta l’industry ti fa capire criticamente qual è la forza inconoscibile dello scritto. 

E’ un momento importante, credo per chiunque, quando i propri film riescono a parlare al di là della personalità del regista. Con una voce propria.

Al Solinas ho incontrato Ilaria Macchia, che si è unita al gruppo di scrittura. Il confronto artistico con lei è stato ulteriormente importante: abbiamo iniziato a lavorare assieme a partire da una solida stesura; grazie a lei noi maschietti (Io e Andrea) siamo riusciti a discernere ancor più profondamente il cuore della storia e a far saltare emotivamente, oltre che esteticamente, il percorso dei nostri protagonisti su un piano di chiara rivelazione, in cui però vive forte il mistero che vogliamo imbrigliare. Un’ambizione artistica che ha plasmato lo scritto e che ci ha fatto trovare coordinate inaspettate e piene di bellezza. Non vedo l’ora di lavorarci con gli attori…


La Suorina, con cui hai vinto il Solinas, è un po’ il preludio al film sulla santità che stai costruendo ora? O sono due opere completamente divise e distinte?

La Suorina è ancora, diciamo, il mio tentativo di esordio nel cinema – anche se le certezze di ieri sono diventate le incertezze di oggi. 

Oggi si chiama Ardore, come un sentimento e come un paese della Calabria. 

Il tema della santità è qualcosa su cui sono inciampato come spesso accade nei miei percorsi di scoperta. E’ stato un lavoro molto lungo. 

Mi sentivo avvolto nell’oscurità con un lumino a non di più di tre centimetri dal mio naso. Dopo tanto perdermi in temi molto profondi della mia vita, della mia famiglia e terra, trovo la strada. 

Il mio film parla di una ragazza che ha un’apparizione mariana. La Madonna le affida una vera e propria missione.

Mia madre, con cui ho una strana e forte connessione, è sempre stata una delle miei prime lettrici:  è bizzarro che in questo caso le abbia fatto leggere la sceneggiatura solo alla seconda stesura. Perché la mia famiglia è stata testimone in passato di un’apparizione e forse di un piccolo miracolo. Lo scopro molto più tardi di quanto abbia iniziato a lavorare sul tema. 

Scrittori, filosofi o altri maestri – se ci sono stati – che ti hanno guidato o che hai trovato per strada in questo complesso racconto della santità?

Scrittori tanti, anche il cinema: per quanto sia una parola desueta credo che una grande mole di tutto questo abbia lavorato inconsciamente dentro di me. Posso dirti che forse sono più gli incontri con le persone che mi hanno condotto a questo tema. Le suggestioni dell’arte sono esteriori e lavorano interiormente ma hanno bisogno di tempo. Raramente ci sono immagini od esperienze che possano condurti così radicalmente al fondo del materiale.

Ho studiato filosofia: Kant, Marx Hegel e altri filosofi erano il mio cosmo. Poi ho incontrato una grande artista, Livia Vitale, che mi ha fatto conoscere il buddismo e mi ha accompagnato in questa rivoluzione.

Anche le arti marziali mi hanno insegnato la respirazione, grazie al mio amatissimo maestro Kwak. Insomma con la meditazione e la preghiera ho scoperto una connessione ancestrale e primordiale con un mondo straordinario, una fonte infinita da cui attingere.
E’ come una metafora del talento: se tu credi in qualcosa inevitabilmente trasformerai quello che hai intorno, un po’ come un miracolo. 

A Siracusa (io vengo dalla sua piccola provincia), c’è un santuario, un fallo di cemento che si erge verso l’alto, dove negli anni 50 il quadro di una Madonna piange lacrime di sangue e tutti vanno a chiederle un miracolo, infatti oggi ci sono le teche con i tutori e gli ex voto dei miracolati. 

Lì la scienza annaspa e inizia ad essere povera di linguaggio. La fede, se credi nel miracolo, ti fa reagire a partire dalla matrice del midollo osseo. E’ la fede che ti guarisce.

Quando sono andato ad Ardore con il mio sceneggiatore, ho sentito tutto questo molto forte al santuario della Madonna di Bombile, crollato per una frana del 2004. E’ il punto in cui parte il nostro racconto. Parlando con i devoti di questa Madonna, ho capito che il rapporto con il santo è quotidiano. Ci parli, discuti ogni giorno, e lui ti parla. La grazia non è una richiesta, è un accidente che ha più la funzione di insegnamento. La grazia viene concessa perché quel dialogo spirituale è solido. Non è quindi un appuntamento straordinario, né diventa quindi una richiesta particolare.
Per i devoti di Bombile è quasi scontato avere un miracolo in famiglia. I Santi sono amici di cui fidarti, presente nel bisogno tanto quanto tu sei presente per loro. 

Sei stato molto a Napoli, dove è fortissimo il culto dei morti (le anime ‘pezzentelle’). Accadeva la stessa cosa: i devoti andavano tutti i giorni a trovare le loro anime e le carezzavano, le accudivano. La Chiesa ufficiale si trovò a vietare questo culto negli anni 70. E’ possibile che Corpo e Aria risenta di questo? E che quindi questo anche sia in qualche modo un prequel per il tema della santità?

Non lo so, ho smesso di psicanalizzarmi, dovrei andare in terapia e non so ancora perché non lo faccio. La lettura di me su quel territorio di magma che è la pancia, la radice, è poco ampia, ne riesco a cogliere una parte piccola, quanto basta per l’altro. Apri il canale, il mondo è infinito direi. Ti darei una risposta parziale e forse falsa.

E’ un lavoro estremamente maturo, lasciando da parte la fotografia eccezionale del tuo conterraneo Ciprì. E’ una storia originale, come nasce la scrittura di quella storia?

Nasce da un gesto come tutte le immagini su cui lavoro. Accadono delle cose che mi proiettano in un mondo altro che convive parallelamente alla vita conscia. Il gesto è stato piuttosto semplice, lavoravo su un set di altri in un obitorio universitario molto ben tenuto (di un ospedale romano ormai chiuso, il Fornarini, dove girano moltissimi film). Le mattonelle sanitarie hanno lo scopo di assorbire i batteri e dopo così tanti anni senti ancora l’odore della morte. Mentre preparo l’attore alla scena, faccio cadere il suo braccio per vedere se il peso fosse “morto”. Quel gesto ha fatto vibrare quelle certe mie corde che poi sono diventate quella danse macabre techno che è il corto.

C’è anche un’altra immagine, quella di Bergamo, dei camion che trasportano i cadaveri dei morti di Covid che non avrebbero avuto un funerale. 

La nostra storia, come umanità, nasce quando iniziamo a esprimere la sacralità della sepoltura che instaura una connessione tra i vivi ed i morti. 

Anche durante le guerre, si dedicava qualche giorno solo per andare a prendere i corpi. Durante il Covid sono successe cose sconvolgenti, che andrebbero indagate. Il mio corto è stata una risposta immediata al momento storico, ne sentivo l’urgenza e probabilmente il fatto che sia ancora nei festival è perché questo tema ha bisogno ancora di essere processato.

Corpo e Aria ha avuto un discreto successo ai festival, cosa pensi del fatto che in Italia a parte i circuiti professionali non vi siano tanti festival (od appuntamenti dedicati ai corti) destinati al pubblico di non addetti ai lavori?

E’ un problema più generale che c’è sempre stato, quello dell’omologazione. Cambia il linguaggio, cambia l’estetica ma c’è sempre omologazione nella fruizione.

Nei festival italiani ho sempre avuto difficoltà a presentare i miei lavori. C’è sempre questo vizio di non voler mettere troppo in gioco lo spettatore. E’ come quando guardi una serie di media fattura di Netflix: è sempre tutto esposto, la fotografia è tutta uguale, la regia segue una bibbia di comportamenti molto codificati. 

Ma se non ci fosse questo non ci sarebbe nemmeno l’opposto. E’ la natura della dialettica, io appartengo a chi rema contro, a chi deve resistere e lottare tanto. Se non ci fosse questa lotta, l’espressione non riuscirebbe ad essere altrettanto specifica, intima e quindi potente. Lì, in questa dialettica, viene fuori l’esigenza. 

A quali produzioni stai lavorando adesso?

Adesso siamo nel grande pantano. C’è una grande crisi (ancora, un’altra), manca il dialogo tra artisti e pubblico e si cerca di risolverla dall’esterno. Manca il riconoscimento del pubblico. Oggi il cinema figlio dei culti delle personalità autoriali ha perso la sua forza, il suo seguito.
Il mio amico Ciprì dice che la disperazione fa miracoli. Vedremo.

Quando era in vita Berlusconi, stava cambiando la nostra cultura e non ci rendevamo conto di quanto quella figura di potere ci stava entrando dentro. Ora che siamo diventati un po’ tutti Berlusconi, l’abbiamo anche perdonato per le sue malefatte, infatti c’è già un processo di santificazione inevitabile. E’ un problema di culto, di costume: se non fossimo arrivati a eccessi così negativi non potrebbe accadere neanche l’esatto opposto. Mi viene da dire che il peggio stia accadendo, ora che la maggior parte di noi è rimasta travolta dalla smania di produzione autofaga, ora che sembra avvicinarsi un orizzonte di desertificazione. Proprio da lì rinasceremo, ce lo insegna la storia. Sono quindi molto fiducioso sul futuro. Non del cinema ma dell’espressione cinematografica.

Dove ti vedi tra 10 anni, visto che sei molto giovane?

Ho imparato molto a vivere il qui ed ora. Ora ho desiderio di emergere, di essere un regista di cinema e sto facendo le mie lotte per fare in modo che accada. Nessuno ti aiuta veramente, è un percorso molto solitario. Oggi scrivo per altri registi cercando di mantenere una voce autentica. Scrivo dei film che non so se si vedranno, navigo a vista.
Tra 10 anni vorrei fare un film di fantascienza. Quella che raccontiamo oggi la vivremo in buona parte, magari prototipale. 

Mi piacerebbe, tra 10 anni, sapere quale sarà la nostra cosmogonia. E credo che la tecnologia stia diventando una parte delle nostre astrazioni. Ormai l’AI può scrivere e creare le sceneggiature, ma non parlo solo di tecnica.

Mi interessa immaginare come potremmo essere. Se ci evolveremo ancora di più, se involveremo. E in che termini.

Da Metropolis a Dune ormai l’immaginario del futuro lo codifichiamo come grigio, desertico, con un’unica grande autorità che governa e omologa le nostre libertà individuali. Sappiamo che l’umanità (o meglio un certo stile di vita) è già in serio pericolo.
A me interessa immaginare cosa accadrà dopo il definitivo disastro del genere.
Speriamo di arrivarci.

Oltre al vivere qui ed ora, mi sembra tu abbia appieno vissuto già molte vite: cosa hai imparato sin qui?

Ho imparato qualcosa che ha a che fare sia con il mio mestiere che con la vita ed è molto preziosa: l’ascolto, quindi mi considero molto fortunato. 

L’ascolto, non solo in senso artistico, ti connette con l’altro, ti fa scoprire il mondo attraverso l’altro e riesci anche a vederti nella tua piccolezza (dice Schopenauer che il mondo è volontà e rappresentazione: se non esistessimo noi, non esisterebbe il mondo. Ho imparato a ribaltare questo paradigma). 

L’ascolto è un tema cruciale per tutti gli artisti, tanto più per gli emergenti.

L’ascolto ti permette di connetterti con la tua natura autentica, ti permette di essere un buon regista ed un buon scrittore.

L’ascolto si riverbera nella vita dell’altro: ho molte meno relazioni ma molto più forti e più profonde.

Con l’ascolto ho maturato la capacità di riuscire a superare gli ostacoli sabotanti dell’ego. 

L’ho imparato, l’ascolto, dalle persone che amo e che ho amato.

Mi considero un essere umano abbastanza decente grazie all’ascolto.

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