Gabriele, Padova

La tua storia in poche righe

Sono nato a Verona, Italia, nel 1988. Quando avevo 19 anni, mi sono trasferito a Padova per studiare. Dopo la laurea in scienze politiche e relazioni internazionali, sono stato a Madrid quasi un anno per l’Erasmus. Di ritorno a Padova, ho seguito un master in Politica internazionale e diplomazia.

Ho iniziato a lavorare come giornalista mentre studiavo all’università. Mi occupavo di affari locali e politica estera per due quotidiani di Verona e di Roma. Nel 2011 mi sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti come pubblicista.

Al momento lavoro all’Università di Padova, dove mi occupo di supporto amministrativo alla ricerca con particolare riferimento ai progetti europei. Continuo a scrivere articoli per ‘Il Bo’, il quotidiano online ufficiale dell’Università.

 

 

Gioie e dolori del tuo lavoro

Il mio lavoro attuale è davvero interessante: non è mai lo stesso e non mi fa annoiare.

L’aspetto negativo è che il contesto è talvolta governato dal ‘caos’ della burocrazia amministrativa.

 

 

A parte il lavoro, chi sei?

Sono un (non) poeta e un cantante…alla fine un mendicante di malinconia.

 

 

Una storia particolarmente memorabile che ci vuoi raccontare?

Tutti abbiamo una storia da raccontare, ognuno di noi è un narratore. Ci sono storie in cui sei nato e storie che scegli di vivere. È universale, è umano, ed è senza tempo. La verità ultima è che ognuno ha una storia e quindi ognuno è uno narratore.

Questa è la storia che ti voglio raccontare.

 

 

Un incontro memorabile avvenuto di recente?

Ultimamente ho incontrato la mia auto-coscienza. Indimenticabile.

 

 

Puoi condividere con noi la tua passione culinaria preferita?

Lo so che è proprio lo stereotipo italiano, ma…la pizza!

 

 

Qual è la tua bevanda preferita?

Acqua o vino, dipende dalla situazione.

 

 

Che musica e quali libri hai con te?

Posso dire di essere un lettore ed ascoltatore onnivoro: dai capolavori della letteratura agli ultimi bestseller, dalla musica classica al soul, mi piace tutto. Mentre rispondo a questa intervista, ascolto Fast Car di Tracy Chapman.

Nella mia borsa adesso c’è il racconto “Il Gabbiano Jonathan Livingston”, scritto da Richard Bach (continuo a rileggerlo e lo trovo sempre pieno di ispirazioni nuove).

 

 

Vivi ‘lentamente’? Se sì, come?

Sfortunatamente, non vivo ‘lentamente’ nella maniera che vorrei.

Muoversi sempre più veloci non ci fa più felici e neanche ci da più tempo da vivere; in verità, la vita è sempre più satura. La velocità, infatti, ci danneggia: basti pensare alle accelerazioni improvvise ed enormi nella crescita della popolazione, alle emissioni di gas serra, alla perdita di biodiversità, al degrado urbano, all’inquinamento, alle diseguaglianze, all’agricoltura forzata dalle manipolazioni genetiche. Per un futuro sostenibile, l’umanità – ed anche io – dovrebbe ridurre la velocità, andare lenta e riacquistare un senso del limite.

 

 

Un talento che hai e uno che ti manca?

Mi piace pensare che il mio vero talento sia l’empatia.

Al contrario non sono capace di lasciare andare le cose.

 

 

Cosa hai imparato dalla vita?

Nella vita, ho imparato a ringraziare il silenzio.

 

 

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