La Scene Parisienne (Parigi, Francia), uno degli indirizzi più interessanti per il teatro indipendente e non solo, accoglie il prossimo 17 ottobre, la première di una piece straordinaria come poche: Le jour où j’ai dit à ma mère que je n’étais pas lesbienne, un’opera dell’artista totale NAHO che ne firma la scenografia, la regia e la messa in scena,
Si tratta di un’opera intensa, drammatica eppure totalmente comica, gigantesca nella sua semplicità.
Come recita la locandina, ‘uno spettacolo che non vi lascerà di marmo’. Se il registro. è quello della commedia buffa, in realtà (spoiler vietato!) si tratta di temi molto seri e …anche molto lontani dal titolo volutamente ironico dell’opera.
Conosco Naho a casa di comuni amici e mi incuriosisce al primo sguardo, cerco il padrone di casa (Pascal Cariou, la cui storia di vita potete leggere sempre sulle nostre pagine) e chiedo lumi: chi è veramente la meraviglia Naho?
Da dove viene il suo immenso fascino fisico ed intellettuale, la sua eleganza, il suo vibrare nello spazio e la sua potente energia vitale?
Resto sbalordita dalla risposta e le chiedo di raccontarsi su Slow Words proprio in occasione della prima del suo nuovo spettacolo (biglietti online, nelle rivendite abituali parigine e al teatro).
Lei accetta con entusiasmo anche se i giorni di ritorno da Essaouira le diventano complicati per via di un furto e di tutto quello che ne consegue.
Non potremo stare a lungo lontane. La incontreremo di nuovo presto e di sicuro quando pubblicherà il libro di cui ci accenna misteriosamente nella nostra conversazione.
La tua vita in poche righe, fino a quella notte a Essaouira (Marocco) in cui ci siamo ritrovate a ballare, cercando di dimenticare per un istante la tragedia che lo scenario mondiale ci riserva costantemente.
La mia vita in poche righe? Ci vorrebbero diverse stagioni e un bravissimo sceneggiatore.
Ho attraversato molte cose. Ho amato, ho perso, ho ballato, sono caduta, mi sono rialzata. A volte con grazia, a volte con molta meno eleganza.
E poi c’è stata Essaouira.
Quella notte abbiamo ballato. Non perché avessimo dimenticato il mondo, ma forse proprio perché non potevamo dimenticarlo.
Attorno a noi c’era quell’epoca strana, brutale, satura di immagini, di guerre, di drammi e di vite che si ribaltano in pochi secondi.
Così abbiamo ballato.
Credo profondamente in questo: ballare, ridere, creare non ci allontanano dalla realtà. A volte sono gli strumenti più potenti che abbiamo per resisterle.
Per me, è il modo di dire: sono ancora qui.
Sei regista, autrice di tutte le tue opere, regista di te stessa e anche attrice, con quella capacità di sorridere mentre rifletti su come rendere il mondo più inclusivo. Chi sono o sono stati i tuoi maestri e che ruolo gioca la scrittura teatrale nella tua vita?
I miei primi maestri non si trovavano necessariamente nei teatri.
Innanzitutto, direi tra la gente e le persone.
La mia famiglia, le donne della mia famiglia, le loro contraddizioni, i loro silenzi, il loro modo di sopravvivere, di ridere in mezzo a cose che a volte non avevano nulla di divertente.
E soprattutto mia madre.
Possedeva qualcosa che nessuna scuola può insegnare: una libertà assoluta di essere se stessa.
Poi, ovviamente, ci sono tutti gli artisti che ho incontrato, osservato, ammirato.
La danza ha contato moltissimo nella mia formazione. Sono stata ballerina prima di portare le parole in scena. Il mio corpo, quindi, ha imparato a raccontare prima della mia bocca.
La scrittura è arrivata come un altro modo di danzare.
Scrivo molto partendo dalla realtà. Prendo una situazione a volte dolorosa, assurda o violenta, la osservo a lungo e cerco di trovare il punto in cui può trasformarsi in teatro.
È lì che spesso nasce l’umorismo.
Non per cancellare il dolore.
Ma per poterlo guardare in faccia.
Il mio spettacolo attuale ne è probabilmente l’esempio più intimo. Vi racconto, tra le altre cose, il giorno in cui volevo annunciare a mia madre di avere la sclerosi multipla e lei capì che le stavo annunciando di essere lesbica.
Partendo da questo enorme malinteso, si apre un mondo intero: la malattia, la famiglia, la diversità, i pregiudizi, l’amore tra madre e figlia e quella incredibile capacità che abbiamo di ridere proprio nel momento in cui pensavamo di non poterlo più fare.
Perché è fondamentale, per una regista e autrice comica, muoversi in un proprio spazio, e che aspetto ha realmente la scena teatrale indipendente in Francia e a Parigi?
Avere un proprio spazio non significa necessariamente possedere un teatro.
Significa disporre di un luogo artistico in cui nessuno ti chiede di rimpicciolirti per entrarci.
Quando si scrivono, si interpretano e si mettono in scena i propri testi, questa libertà è essenziale. Permette di sperimentare, sbagliare, ricominciare, spostare una sedia ventisette volte per poi scoprire che stava benissimo dov’era all’inizio.
La scena indipendente francese, e in particolare quella parigina, è straordinariamente vivace, ma è anche una realtà difficile.
Esiste una quantità incredibile di artisti, piccole sale, compagnie e progetti. Dietro uno spettacolo che il pubblico vede per un’ora, a volte ci sono mesi o anni di lavoro, di ricerca di fondi, di prove, di ingegno e di solidarietà.
Essere indipendenti significa spesso essere artisti la sera e, nella stessa giornata, produttori, amministratori, addetti alla comunicazione, tecnici, contabili e centralinisti.
Ma è anche qui che nascono cose magnifiche.
Perché quando non si dispongono di grandi mezzi, si è costretti ad avere grandi idee.
Se non è il teatro, qual è la tua arte principale?
La danza.
Senza esitazione.
Prima delle parole, c’è stato il corpo.
La danza ha sempre occupato un posto essenziale nella mia vita. Ha plasmato il mio modo di percepire la scena, il ritmo, lo spazio, la musica e persino i silenzi.
Ancora oggi, quando scrivo o metto in scena uno spettacolo, penso molto in termini di movimento.
Penso in termini di ritmo.
Penso in termini di respiro.
Penso quasi in termini di coreografia.
La malattia ha cambiato il mio rapporto con il corpo, inevitabilmente. Ma non mi ha tolto la danza.
Mi costringe semplicemente a inventare un altro modo di danzare.
Un luogo prediletto per la messa in scena nella tua città e un luogo prediletto, o addirittura segreto, dove ti rifugi per leggere e creare?
Per la messa in scena, amo i palcoscenici quasi vuoti.
Un palco nero, pochi oggetti ben precisi, una luce e, all’improvviso, tutto diventa possibile.
Posso trascorrere un tempo spropositato a osservare una poltrona, un manichino o una tazza, chiedendomi quale storia abbiano da raccontare.
Per la scrittura, invece, è diverso.
Posso scrivere quasi ovunque, non appena qualcosa mi attraversa: in un caffè, in treno, in una camera d’albergo, in riva al mare, sul telefono…
Ma amo in particolar modo i luoghi in cui posso osservare le persone senza che loro sappiano di essere osservate.
Perché le persone sono autori straordinari.
Ti regalano dialoghi che nessuno sceneggiatore oserebbe mai scrivere.
E a volte, il mio rifugio non è nemmeno un luogo fisico.
È la musica.
Metto su un brano, chiudo la porta al mondo per qualche minuto e ritrovo il mio spazio.
Qual è il libro che stai leggendo in questo momento e dove si trova?
Al momento, il libro più importante per me è probabilmente quello che sto scrivendo.
Si trova ovunque.
Nel computer, nel telefono, su fogli sparsi, nei quaderni, in frasi scritte alle tre del mattino che a volte, il giorno dopo, non riesco più a decifrare.
E soprattutto, è ancora in gran parte nella mia testa.
È questo il problema delle storie: finché non le hai concluse, si rifiutano gentilmente di andarsene.
Cosa hai imparato dalla vita finora e dove ti vedi tra dieci anni?
Ho imparato una cosa molto semplice, che però mi ha richiesto moltissimo tempo per essere compresa:
Perdiamo fin troppo tempo a cercare di occupare meno spazio.
A contenerci.
A correggerci.
A voler entrare in un abito che non è mai stato tagliato su misura per noi.
Mia madre mi ha insegnato esattamente il contrario.
Mi ha insegnato a non vergognarmi di chi ero. A non scusarmi per il fatto di esserci, di essere diversa, di essere integra.
Negli ultimi anni, la vita mi ha anche insegnato la sua fragilità. Ho perso persone che amavo profondamente e la malattia è entrata nella mia vita senza chiedere il permesso.
Così ho smesso di pensare di avere tutto il tempo del mondo.
Non ce l’abbiamo.
Tra dieci anni?
Spero di continuare a creare.
Magari più lentamente. Magari stando seduta. Magari con un bastone, un testo in mano e qualche vuoto di memoria.
Ma su un palcoscenico.
Vorrei scrivere, mettere in scena, produrre e, soprattutto, trasmettere di più. Vorrei aiutare altri artisti, in particolare quelli a cui si dice troppo spesso che sono troppo vecchi, troppo diversi, troppo grassi, troppo neri, troppo questo o non abbastanza quello.
Vorrei dire loro: non chiedete il permesso di esistere artisticamente.
E se tra dieci anni potrò ancora salire su un palco, guardare il pubblico e farlo ridere di qualcosa su cui pensava non si potesse ridere…
allora sarò esattamente dove voglio essere.
Perché, in fondo, tutto il mio lavoro si potrebbe riassumere in un’unica frase:
Ballare e ridere è il mio modo di dirvi che sono ancora viva.
La foto di copertina è di Pierre @egobox (contact@youby.fr)
