Shuruq Harb, Ramallah

La tua vita in poche righe, esattamente da quando inizia

Iniziò il 12 luglio 1980. A Ramallah. Mia madre decise di chiamarmi Shuruq che significa alba, sono nata circa alle 5 del mattino. Ho sempre pensato fosse un nome ottimista da dare, perché significa la promessa di un nuovo giorno. Ma certamente mi ha sempre fatto divorare la luce del sole.


La tua arte si concentra a raccontare argomenti politici sotto una luce diversa ma ti interessa anche scrivere e pubblicare. Da dove viene questo multiplo bisogno espressivo? E’ qualcosa che c’entra anche nella pervasività con cui cerchi di raggiungere il pubblico.

Ho già sentito questa descrizione del mio lavoro! Direi che la mia arte è incentrata su storie periferiche, come può essere la cultura online o quella popolare, che di solito non si considerano come specificamente politiche e quindi raccontandole le calo inevitabilmente in una nuova luce.

Scrivere per me è una pratica quotidiana, qualcosa che ho fatto sin da quando avevo sei anni. E’ una parte importante di chi sono. L’impeto verso progetti editoriali viene dal desiderio di creare piattaforme editoriali alternative per artisti e quindi ampliare il modo in cui i discorsi si incanalano. Per molti artisti come me, cose come la ricerca ed il processo sono esattamente importanti come il prodotto finale. I progetti editoriali che ho creato o quelli in cui sono stata invitata erano sempre diretti a questo e in un certo modo creavano comunità di scambio e circolazione di idee.

I progetti editoriali ti lasciano lo spazio per incontrare nuove persone ma anche di supportare idee e progetti di altri. Modi intimi di confrontarsi con qualcuno ed il suo lavoro.


E ArtTerritories?

E stato un progetto collaborativo online e un canale editoriale che ho creato con l’artista Ursula Biemann. Era composto da diversi brani di intervista che avevamo chiamato ‘Trails? (scie) –  sperimentali, rigorose e dirette ad artisti e pensatori. Quando ognuno degli intervistati terminava la sua, avrebbero selezionato il prossimo da intervistare e in questo modo il network si sarebbe ampliato in modo organico. Dal 2011 al 2016 ArtTerritories ha prodotto molte interessanti interviste che spaziavano variamente in stile e contenuti – dalla politica dell’immagine, allo spazio pubblico alla storia e alla storia dell’arte in e attorno il mondo arabo.


Sei d’accordo a definirti anche una curatrice?

Mi percepisco come un’artista e come artista scrivo e pubblico, curo, istigo ed organizzo. Visivamente il mio media è l’immagine in movimento (video, film) ma amo molto anche il potere della ‘parola’ e penso anche che sia importante essere coinvolta in progetti collaborativi e di creazione di comunità. Per me è importante provocare opportunità per me e per altri artisti. Le iniziative condotte da artisti sono componenti molto importanti per ogni scena artistica interessante. 


Hai di recente vinto un importante premio che ti finanza la produzione di un nuovo video, grazie alla Han Nefkens Foundation (il signor Nefkens è un mecenate veramente differente!). Cosa pensi del ramificato mondo dei collezionisti e come sia difficile trovare fondi per arte imbevuta da argomenti molto politici?

Sono grata ad aver avuto il premio. Non solo per avere mezzi per produrre un nuovo lavoro, ma anche per mostrarlo in cinque istituzioni internazionali d’arte nei prossimi due anni. Si tratta di opportunità rare ed eccezionali. E’ difficile generalizzare a riguardo della ricerca fondi in un contesto globale, dato che ogni regione o nazione ha le sue specifiche sfide a riguardo.


Un talento che hai, uno che ti manca?

Danza e teatro, le prime forme artistiche collaborative che adoravo da bambina. Negli anni ’80 vivevamo molto nel coprifuoco politico, quindi i miei cugini e io creavamo personaggi, trame e coreografie per tenerci occupati. 


Cosa pensi di dare alla tua città e cosa ricevi in cambio?

Ho una relazione complicata con la mia città natale, Ramallah. Qualche volta è il posto che mi soffoca e da cui voglio fuggire, altre volte mi aliena perché non mi ci trovo ma vorrei appartenervi. Scappo via e corro verso di lei. E’ la scintilla per molti dei miei lavori e scritti, è la fonte di ispirazione e anche quella della pena, specialmente ora che la geografia del paesaggio palestinese è diviso.


Dove ti vedi tra dieci anni?

A fare più arte, più film, più video… a produrre più scritti e libri.


Cosa hai imparato sin qui dalla vita?

Che la felicità esiste nelle cose semplici ed è importante essere felici specialmente nel nostro mondo fatto di accelerazione che non fa altro che aumentare l’ansia. E’ una lezione che devo continuare a re-imparare perché mi piace gustarmi il mio lavoro – e voglio rimanere molto titillata dal processo.



Shuruq ha pubblicato su Slow Words – tradotto da noi dall’inglese – un saggio intitolato
Acts of Simulation

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